Il ragazzo nato giusto per questo..

Benedetto

Se Buenos Aires potesse parlare racconterebbe al mondo delle sue notti eterne permeate di odio, futbol, borotalco, tango e asado. Se la Bombonera potesse parlare, racconterebbe al mondo della stracittadina che ha riscritto la storia del calcio sudamericano. Se il prato di questo stadio potesse parlare, racconterebbe al mondo dei gloriosi scarpini e di quegli uomini straordinari che lo hanno calpestato in tutti questi anni per quei 90, meravigliosi, eterni minuti chiamati “Superclasico”.

Se gli occhi di qualunque bambino transitato dalla Doce fin dalla notte dei tempi, risalente a quel lontanissimo 1905, ad oggi, potessero parlare, potessero descrivere la prima volta in cui hanno assistito a questa assurda, incredibile rappresentazione mitologica che il mondo moderno ha deciso di sintetizzare in “Boca-River”, anche se in realtà non basterebbe un’Odissea per descriverla, racconterebbero robe leggendarie. Mai viste. Neanche solo pensate. Di vite date e tolte. Si sogni acciuffati e poi scappati via chissà dove. Racconterebbero che ci vogliono cuori speciali per simili emozioni. Che l’anima, se solo potesse, sarebbe anche pronta a scappare dal corpo per paura, per quel puro terrore che l’attraversa quando tutta la gradinata Nord decide di saltare e battere all’unisono come un unico, indivisibile cuore pulsante. “Cuando la Bombonera no tiembla. Late”. Se l’amore di Darìo Ismael Benedetto potesse parlare, pronuncerebbe quattro sole semplici parole, che sembran non voler dir niente ad un avaro di spirito, ma che invece, per chi è ancora in grado di emozionarsi, significano tutto. Per lui e per altri milioni di tifosi, figli e padri sognatori. Per la metà più uno del suo fantastico paese. Quelle quattro semplici parole che gli occhi di Darìo Ismael Benedetto griderebbero, sarebbero “Club Atletico Boca Juniors”. “La mitad mas uno” di una nazione che ha rapito cuori con dal primo giorno è che rapì anche quello di quel bambino nato a Berazategui il 17 maggio 1990 che passava le proprie domeniche lá, in mezzo a suoi, tra i “negri” e i “cocaleros” tagliagole e gli sfregiati della Doce. Chissà quante volte quel ragazzino non ancora marchiato da tatuaggi come un galeotto argentino qualsiasi, si è gettato verso la rete dopo un gol dei suoi idoli Román e Martìn. Chissà quante volte Darìo ha pensato “Se solo potessi esserci io lá in mezzo. Glielo farei vedere di che pasta sono fatto” sognando ad occhi aperti mentre Riquelme disegnava calcio e Palermo lo metteva in cassaforte. “El Mudo y l’hombre de la pelicula”, con la sua vita da film, propio come quella di Darìo. Almeno nel finale. Si perché quando hai appena compiuto 12 anni e stai giocando la finale dei “Juegos Nacionales Evita” con la maglia del “Diablo Rojo”, l’Independiente, pensi di essere immortale. Fatto di una gomma durissima ed elastica allo stesso tempo. Di essere indistruttibile. Di credere che non potrà mai succederti niente. Ed invece… Ed invece la vita per Benedetto aveva nei piani una strada in salita. Ben altri scenari. Durissimi. Giá. Mentre Darìo era lá in campo che lottava, sua madre Alicia sugli spalti si accasciò a terra per non rialzarsi mai più. Infarto dissero i medici. La botta per quel giovane sognatore fu così tremenda che il suo spirito non riuscì a resistere a tale dolore, e fu così che decise di chiudere col calcio. Di appendere gli scarpini al chiodo, nonostante una vita ancora da viviere ed un talento diverso da quello di chi lo circondava. Ci vollero quattro lunghissimi anni perché il tempo cicatrizzasse quella ferita che sembrava non curabile. Non ricucibile. E così, grazie a due gol in un provino, venne ingaggiato dalla terza squadra di Avellaneda, quella dei sobborghi: l’Arsenal de Sarandì. Una guscio di roccia con l’animo da pulcino. Non l’ha fermato la morte di sua madre, figuriamoci qualche critica dopo una gara sbagliata con l’”abiceleste”. Darìo, un fenomeno in campo ma non tra i banchi, lascia la scuola e dedica i suoi pomeriggi solo e soltanto al calcio “Fino alle 14 lavoravo come manovale, poi il pomeriggio mi allenavo con l’Arsenal” ha dichiarato poco tempo fa Benedetto manco fosse uscito da un libro di Osvaldo Soriano. Il destino bastardo volle che il suo esordio tra i professionisti avvenisse due anni dopo quel provino, e indovinate contro chi? Già, il Boca, che quella partita la portó a casa con un gol di quella divinità che per anni ha risposto al nome di Juan Román Riquelme. Darìo ammira e porta a casa. Un campionato argentino, Clausura 2012, una Supercoppa e una Coppa d’Argentina. Poi il Mesico. Nel Club Tijuana prima e nell’America poi, dove, grazie ai suoi gol, tripletta nel 2-4 contro i canadesi del Montréal Impact e la rete dell’1-0 contro il Tigres UANL, trascina gli “azulcremas” alla conquista delle CONCACAF Champions League 2015 e 2016. Poi il miracolo. Il Boca lo nota. Vuole riportalo alla Bombonera, ma stavolta non come bambino sognatore tra i “boliviani” della Doce, bensì come centravanti. Avrei voluto vedere la faccia di Darìo quando gli hanno comunicato che il Boca era sulle sue tracce. Forse non ci sono mai stati occhi così felici in tutto il Sul-America. Dopo l’addio “infame” di Tevez e le vedove che ancora piangono Palermo e Riquelme, il popolo “xeneize” ha tremendamente bisogno di un nuovo idolo a cui aggrapparsi. A chi chiedere aiuto nelle notti più buie. Un Supereroe da sguinzagliare contro i cattivi del River Plate, che negli ultimi anni stanno dominando l’Argentina e il continente sudamericano. Il problema, perché c’è sempre un problema che ostacola i sogni, è che il Boca offre 4,5 milioni di dollari, mentre l’America non si muove dalla sua richiesta di 5,5, e lá, dove i soldi non circolano in maniera incontrollata come in Europa, anche un milione di differenza, che qua sembra più un fastidio che un ostacolo, può far saltare una trattativa. Ecco allora che Darìo decide di rinunciare a parte dell’ingaggio pur di atterrare alla Bombonera. Di mettercelo di tasca propria quel maledetto milione pur di tornare dove tutto è iniziato. Di sbattere sul tavolo del presidente dell’America cazzo e portafogli, pur di diventare uno di loro. Pur di diventare l”hombre del pueblo”. “L’hombre della Doce”. Un “hombre de Boca”. Uno di quelli lá, di quei delinquenti lì, quelli che ha sempre desiderato diventare. Quelli che saltavano con lui e che adesso salterebbero per lui. Pur di indossare “la camiseta de mi vida”, come l’ha chiamata più volte. Pur di avvicinare il più possibile il Boca all’offerta dell’America. È come se Darìo capisse finalmente il senso della sua vita. Lui è solo e soltanto per giocare lá. Per quei colori. Quella gente. Quella storia. Lui è nato giusto per quello. È nato al posto giusto. Dove sogni e destino si sono incontrati. È così, il 6 giugno 2016, il trasferimento avviene nella felicità generale, ma è il 25 settembre il giorno scelto dal destino per un raccontare una “favola moderna”. All’esordio assoluto con la maglia del Boca, contro il Quilmes, Darìo, che indossa la pesantissima “camiseta” numero 9, impiega solo 18 minuti, quelli che vanno dal settimo al venticinquesimo, per segnare una tripletta, con un gol di tacco ed uno da centrocampo semplicemente da film di fantascienza o da romanzo di Eduardo Galeano, e diventare già l’idolo della Doce. La sua Doce, dove certamente c’è qualche bambino che, entrato per la prima volta all’Estadio Alberto Josè Armando, sogna un giorno di essere come lui. Come Darìo. Come quel ragazzo “pelado” che sotto la maglia esibisce con orgoglio sul fianco sinistro quello stemma tatuato blu e giallo con una scritta “Esto es Boca”, fatto in Messico durante il periodo dell’America, perché il lavoro è una cosa, ma l’amore ne è un’altra. Non si scorda mai. Non rimane mai solo chiuso in casa per troppo tempo, anche a migliaia di chilometri di distanza. Anche se la tua mente è a Città del Messico ma il tuo cuore è rimasto al sicuro, chiuso in un cassetto a Buenos Aires. Sugli spalti del tuo stadio. A saltare per quella maglia, per quei colori insieme ad altri centinaia di milioni di cuori che insieme ne formano uno solo, che pulsa maestoso e che non ha eguali in tutto il Sudamerica. Erano sei anni che nessuno segnava una tripletta alla Bombonera: l’ultimo a riuscirci fu un certo Martìn Palermo, idolo bostero incontrastato, nel 2010 contro il Colon. Quando “El Pipa”, “il tubo”, chiamato così per via di quel suo naso pronunciato, girovagava in giro per l’Argentina mandato in prestito in qua e lá dall’Arsenal per farsi le ossa, senza sapere ancora che un giorno sarebbe stato a lui a rompere quell’incantesimo. Che avrebbe pagato lui un milione di tasca propria pur di vestire la maglia del suo amore. Che avrebbe mostrato i muscoli al suo popolo dopo ogni gol. Che un giorno avrebbe visto la Doce dal campo, dalla parte giusta della favola. Così come l’avevano vista i suoi idoli prima di lui, quando lui si divideva tra secchi pieni di malta e calcina, ponteggi pericolanti e il campo, sperando un giorno di indossare quella gloriosa “nùmero nueve”. Proprio come è successo. Presto ci sarà un murales lungo il “Caminito”, la strada principale de “La Boca” che conduce allo stadio, al tempio, che lo raffigurerà felice, facendolo entrare di diritto nel “Paradiso boquense”. Nel “pantheon xeneize”. Darìo sa che non avrà mai il posto d’onore lá tra le nuvole, quello se lo giocano mostri sacri come Maradona e Riquelme, ma almeno potrà avere l’onore di banchettare con loro. Presto dentro qualche corridoio che collega l’entrata della Doce alla curva campeggerà una sua gigantografia, ad omaggiare quello scudetto numero 32, l’ultimo, “el “Torneo de la Independencia 2016-2017” vinto sopratutto e grazie ai suoi 21 gol in 30 partite. Perché l’Argentina, sopratutto quella del futbol, è un mondo a se nel paronama mondiale. Lá i calciatori sono prima divinità, e poi uomini. A loro non interessa se una volta usciti dai confini nazionali non rendono come dovrebbero. Per loro non esiste altro che la maglia. È come se il tempo si fosse fermato all’Antica Roma. All’Atene di Socrate. Con il popolo sotto e le divinità poco più in altro. Niente in “Arghentina” è più in alto della squadra del tuo cuore e dei suoi discepoli che la onorano ogni domenica. Lá dove c’è gente con un cazzo di altare in casa con maglie, figurini e santini e feticci calcistici che prega ogni santissimo giorno. E anche Darìo adesso é alle porte dell’Olimpo dopo aver conosciuto l’inferno. Sarà stato forse qualche angelo lassù, volato via troppo presto, a dargli una mano, oppure solo il suo talento. La sua caparbietà. La sua passione. Il sognare quasi in maniera spasmodica, malata, malsana ma alla fine vincente quella maglia, così tanto da raggiungerla. Un giorno. Finalmente. Come quando saltava insieme al suo cuore tra altri migliaia di cuori, facendo sì che al mondo la gente davanti alle loro tv, incredula, stropicciasse gli occhi per poi esclamare “La Bombonera non trema. Batte”. Troppa magia per chi non può capire. Per chi non è del luogo o almeno del mestiere. Diciotto minuti possono regalarti l’immortalità eterna. Come altre leggende prima di lui. Come quando era solo un ragazzo della Doce con i propri miti, mentre adesso ha preso il posto di quelle divinità ed è l’idolo indiscusso, incontrastato dei tifosi che esultano ed esultavano con lui. Prima per un gol di Palermo. Adesso per uno suo. Già. Ecco perché se soltanto gli occhi di Darìo Benedetto potessero parlare, non avrebbero che parole solo e soltanto per quei due amori che non se andranno mai dal suo petto sinistro: mamma Alicia che lo guarda da lassù e il suo amore per quello stemma, per quella maglia, squadra, entità astratta ma tangibile di Buenos Aires, nata da cinque ragazzi emigrati dall’Italia, proprio come i suoi discendenti, nel 1905, che deve i suoi colori ad una nave svedese, la “Regina Sofia”, che come in tutte le favole del “pueblo” che si rispettino ha un antogonista cattivo e milionario da combattere, “los gallinas”, che per magia e senso religioso, non ha eguali in tutto il mondo, e che, più semplicemente, risponde a quel nome, che è ormai è leggenda, di Club Atletico Boca Juniors.

Annunci

Non c’era tempo per i cartoni animati..

Non c’era tempo per i cartoni animati..

C’era una casa negli anni ‘70 sulla High Street di Gosforth, sobborgo di Newcastle, dove non c’era spazio per i cartoni animati.

Dove non c’era spazio per la fantasia, perché sognare la realtà era troppo più forte.

Troppo più bello.

Più eccitante.

C’era una stanza, a casa Shearer, dove i Puffi non potevano entrare.

Neanche gli Aristogatti.

Neanche il più forte di tutti, l’Uomo Tigre.

C’era una posto nel cuore di Alan che mai nessuno è riuscito a toccare, almeno che quel qualcuno non si chiamasse Newcastle United Football Club.

Solo lui, e nulla più.

Anche se quell’amore a strisce bianche e vene nere ti ha scartato a 16 anni, preferendo altri ragazzi, magari meno innamorati, sicuramente meno forti. Meno devastanti.

Meno attaccanti.

Senza quell’olfatto speciale che solo i bomber di razza riesco a sviluppare quando sentono profumo di gol. Quando annusano l’impresa storica. Anche da ragazzini. Anche nella pancia della mamma.

Non si può spiegare.

Non c’è una formula magica oppure matematica capace di svelare il mistero.

È un istinto che nessun allenatore giovanile, anche il più bravo del mondo, potrai mai insegnare.

Non è un colpo di tacco. Una rovesciata. Non è una sovrapposizione oppure una diagonale difensiva.

È un qualcosa di innato che solo i prescelti hanno la fortuna di conoscere.

Non si può spiegare.

Non ce ne sarebbe motivo, perché non sarebbe insegnabile.

Si può solo ammirare.

C’è una vita dietro quella di Alan Shearer che parla di gol, esultanze, che si avvicina alla leggenda, perché se a 17 anni e 8 mesi segni una tripletta all’Arsenal, record ancora neanche minimamente scalfito da alcuno, non può essere un caso.

Il bambino di Gosforth cresce, impara e sopratutto segna.

Riesce a trascinare quasi da solo il Blackburn ad uno storico titolo inglese, quellodel 1995, riportando i Rovers alla vittoria del campionato dopo qualcosa come 81 anni.

Eppure, nonostante tutto, il Newcastle è sempre stato lá.

Dietro di lui, ad accarezzargli la testa dopo ogni gol.

Alan segnava con la maglia de Blackburn, ma sognava di indossarne un’altra.

L’unica del suo cuore.

L’unica della sua vita.

Quella che finalmente sposerà nel 1996 per non lasciarla più.

Formerà insieme a calciatori come Ginola e Asprilla una delle formazioni dei ‘Magpies’ più forti di sempre, fermati solo dalla sfortuna e un destino bastardo.

Infame.

Quel destino che fino all’ultimo c’ha provato a non farli indossare la maglia dei suoi sogni, senza però riuscirci.

Senza impedire a quella leggendaria mano destra di alzarsi a mezz’aria dopo un gol mentre Alan correva verso l’immortale. Verso il mito. Con gli occhi lucidi come un innamorato di otto anni che ha esaudito quello che ha rincorso per una vita intera.

Quel gol che sognava di segnare a St. James’ Park da quando era appena un bambino, inseguito fin ben oltre l’età adulta e vaccinata, quell’etá che non ha mai tagliato i ponti con quella fanciullesca dove, parole sue, ‘Non avevo tempo per i cartoni animati. Ero troppo impegnato di sognare di giocare nel Newcastle”.

#alan #shearer

Drop of Jupiter’: storia della terza, o forse prima, squadra di Barcellona..

‘Drop of Jupiter’: storia della terza, o forse prima, squadra di Barcellona..

Dovete sapere che fin da piccolo mi è sempre piaciuto da matti mettermi lá solo con me stesso e fare un gioco. Una volta sedutomi iniziavo a pensare quale squadra, piuttosto che un’altra, avrei tifato fossi nato in una determinata città: a Manchester avrei scelto il blasonato United o i rumorosi vicini del City? A Roma sarei stato romanista o laziale? Nella megalopoli Londra quale squadra avrei scelto tra le moltitudini di compagini esistenti?

A Madrid sarei stato del Real o dell’Atletico.

Molte volte rispondevo, molte altre trovavo difficoltà perché ogni squadra aveva pro e contro dentro di me, e alla fine mi davi pace da solo, dicendomi che solo se fossi nato in quel posto avrei potuto veramente rispondere, seguito chissà, dall’istinto, dalla società o dall’ambiente familiare.

Una delle città in cui pensavo di non avere dubbi era sicuramente Barcellona: fossi nato nella città catalana sarei stato un tifoso sfegatato del Barca, vusta anche la pochezza di emozioni e attenzioni che ha sempre richiamato in me l’Espanyol.

Punto.

Senza se è senza ma avrei cambiato questa mia convinzione.

Era uno dei miei pochi capisaldi in questo gioco cervellotico.

Poi però un giorno mi imbattei in un racconto oscuro, sussurrato a bassa voce quasi fosse reato parlare di quel determinato aneddoto troppo a voce alta, come se spiattelarlo ai quattro venti avesse richiamato chissà quale reato. 

Una storia che a tratti non sembrava vera, ma che fa della verità la sua arma più tagliente.

Nascosta ai più perché qualcuno ha voluta seppelirla per sempre.

Una volta dopo aver ascoltato questo racconto, riuscii a rispondere ad una di quelle famigerate e numerosissime domande che mi era posto numerose volte dalla tenera età di dieci anni e alla quale davo una risposta sbagliata, ovviamente senza saperlo: fossi nato a Barcellona, avrei tifato il ‘Club Esportiu Jupiter’.

Chi è costui, questo sconosciuto, diranno giustamente molti di voi.

Si tratta della terza squadra di Barcellona, dopo il Barcellona,appunto, e l’Espanyol.

Una squadra ‘muy calida’ (come si dice in catalano), avvolta dal fascino di una storia che le ha sempre remato contro.

La squadra nacque il 12 maggio del 1909, nello stesso anno della ‘Semana Tragica’, la settimana tragica, i sette giorni di forti contestazioni che vide insanguinare la città di Barcellona.

Il club vide la luce a Plueblo Nou, a sud della cittá, quartiere periferico pieno di fabbriche e sedi di sindacati anarchici, dove i dissidenti del regime franchista trovavano rifugio per non farsi acciuffare.

Per tutti la squadra divenne la ‘Selecion Obrera’ ‘La squadra dei lavoratori’ in catalano, per il suo spirito anarchico e di lotta sociale, sia perché fu fondato da due operai inglesi.

I suoi fondatori per il nome si affidarono al caso più assoluto: andarono sulla spiaggia di Mar Bella dove c’erano delle gare di palloni. Il vincitore avrebbe dato nome alla squadra.

Una consuetudine diffusa nel mondo del calcio, quella di affidarsi alla ‘suerte’ per decidere il nome o altre caratteristiche delle società, un po’ come fecero i ragazzini provenienti da Genova per decidere la maglia del Boca, lá sul porto di Buenos Airea, ma questa è un’altra storia. 

Il pallone che invece vinse quel giorno a Barcellona si chiamava appunto ‘Jupiter’. Da quel momento in poi la squadra sarà conosciuta con il nome del dio greco ‘Giove’, il padrone assoluto del Monte Olimpo.

Giocó la sua prima partita sul campo della ‘Bota’.

I giocatori indossarono casacche a strisce grigio e granata in onore della Catalogna, in onore di quello spirito indipendentista che in quegli anni era sempre più crescente.

La maglia rimarrà per sempre quella, con quei colori, salvo piccole parentesi, perché lo Jupiter è una squadra di calcio ma anche, e sopratutto, un simbolo sociale.

La società proprio a causa di questo carattere politico ben marcato divenne ben presto ‘illegale’. 

Le idee politiche che appoggiava e portava avanti erano troppo scomode.

Lo Jupiter in generale era scomodo.

La prima sede del club fu su la ‘Rambla del Purblo Nuevo’, dove vivevano appunto molti, moltissimi anarchici.

E anarchici erano anche quasi tutti i fondatori dello ‘Jupiter, che come stemma adottarono le cinque strisce grige e granata sormontate da una stella azzurra a cinque punti.

Vi riportiamo qui la testimonianza di un tifoso di lunga data, un aficionado del club, un mito per il ‘Club Sportivo Jupiter’, Julio Nacarino “Ero bambino negli anni ’60, la squadra era già in decadenza e Franco ci aveva tolto lo stemma e i colori sociali. Però il mito resisteva e ci affascinava. Anche oggi che giochiamo nel campionato regionale e siamo dimenticati da tutti. Nel 1925 siamo stati campioni di Spagna, abbiamo fatto la rivoluzione, tanti dei nostri sono finiti in carcere. Tutto questo è stato il nostro Jupiter”.

Racconto di una squadra che ha scritto un pezzo di storia cittadina e nazionale, laureandosi campione spagnolo dilettantistico nel lontano ’25.

Jupiter come avanguardia della lotta sociale, la squadra a fianco del popolo.

Gia, perché se il Barcellona era il club della borghesia e l’Espanyol quello della burocrazia castigliana, del potere proveniente da fuori la Catalogna, lo jupiter invece era la squadra della ‘Coscienza Lavorariva’, il club che si scagliava contro le ingiustizie dei potenti.

Lo Jupiter non solo come squadra, ma anche come simbolo sociale e politico, una sede di parito in calzettoni e strisce amaranto e grige.

Più passava il tempo, più lo Jupiter adottava connotazioni politiche ben definite.

Il club si affilió al sindacato degli anarchici, il numero dei soci aumentó in maniera esponenziale.

Nei primi anni del 1920 erano più di duemila, numero di una certa rilevanza vista l’epoca.

La stadio di via Lope de Vega era pieno all’inverosimile ogni benedetta domenica, il pubblico amava lo Jupiter proprio come lo Jupiter amava il popolo.

Nel 1917 il club divenne campione di Barcellona.

Nel 1925, invece, vinse il titolo della Catalogna e, come abbiamo detto prima, della Spagna intera (la Liga nascerà solo quattri anni dopo, nel 1929).

Lo Jupiter, a memoria d’uomo, divenne la prima squadra al mondo a vincere il campionato da ‘perseguitata’ politica.

Già

Perché nel 1923 Primo de Rivera divenne dittatore della Spagna, e lo Jupiter conobbe i primi veri problemi della sua storia.

Il suo nome fu cambiato in ‘Hercules’, giusto per avere una connotazione più iberica e meno internazionale.

Molti soci del club furono incarcerati, altri perseguitati.

Molti scapparono in Francia, altri si detterò alla ‘clandestinità’.

Nel 1924 lo stemma del club fu vietato in quanto era un chiaro richiamo alla bandiera catalana, e ciò non andava affatto bene.

Nessun vento indipendentista sarebbe stato tollerato.

La Catalogna non doveva esistere, e tanto meno chi difendeva i suoi colori.

Ma lo spirito catalano non è facile da sopprimere. 

Così quando l’anno dopo fu suonata la marcia reale sul campo del Jupiter, l’aria fu inondata di fischi di disprezzo. Tutti in piedi contro il governo, contro il potere accentratore. Partirono allora molti arresti e persecuzioni per i soci anarchici.

Lo Jupiter era troppo scomodo e troppo pericoloso.

Momenti duri.

Difficili.

Nacarino ha gli occhi lucidi quando narra di quei tempi così bui.

Spiega che la maggior parte degli incassi che lo Jupiter faveva con le partite, andavano quasi tutti al movimento anarchico. Alla lotta contro il potere. Lo Jupiter non rinnegava le sue origini.

I soldi servivano al movimento per pagare gli avvocati, servivano per le famiglie dei carcerati e per comprare armi e pistole per continuare la lotta.

Lo stadio fu trasformato in arsenale. 

Quando lo Jupiter andava in trasferta le pistole venivano smontate e messe nelle camere d’aria dei palloni per aiutare anche chi era lontano.

Poi arrivò la Repubblica e tutto, anche se per poco, tornò alla normalità.

Il 25 settembre 1931 verrà ricordata come la giornata del ritorno alle origini: il capo della resistenza catalana, Francisco Maciá, si recó al campo dello Jupiter e ‘restituì’ lo stemma ed i colori sociali alla squadra. Si tornó così ad onorare la bandiera catalana.

Ma come abbiamo detto, il tutto duró poco, molto poco.

Il 19 luglio 1936 i venti della guerra civile tornarono a casa per bussare con più violenza.

Dalle parole del nostro amico Julio Nacarino ecco quello che voleva dire essere un tifoso dello Jupiter ai tempi

“I nostri vecchi si ricordano molto bene di quel giorno. La moltitudine si diresse al campo, erano tutti presenti, inclusi alcuni giocatori. Faceva caldo e il terreno da gioco nereggiava di uomini. Le armi scarseggiavano , però all’improvviso si cominciò a cantare. Era una vecchia melodia già cantata durante la rivolta delle Asturie. ‘A Las Barricadas’, alla fine , gli operai presero i fucili e si allinearono ordinatamente nello spazio compreso tra le due porte. Fu da lì , dal campo dello Jupiter , da dove uscirono per fare la rivoluzione”.

Se ne andarono su due camion, direttamente parcheggiati sul campo da gioco. Gli operai e gli anarchici montarono sul tetto del camion una mitragliatrice Hotchkiss e guidarono incontro al loro destino.

Via verso il centro della città contro i soldati, quei soldati che simboleggiavano il potere nero, oscuro, meschino del fascismo.

Molti dei ragazzi, degli anarchici, abitavano vicino tra loro e nelle vicinanze dello stadio: Durruti, Ascaso, Ortiz, Garcia Oliver, Ricardo Sanz etc..

Per molti di loro si aprirono le porte del carcere, altri fuorno più ‘fortunati’ e risucirono a scapoarre, praticamente obbligati, in un esilio di più di quarant’anni.

Molti, la maggior parte, invece, furono giustiziati davanti ai plotoni franchisti o uccisi con ‘el vil garrote’. 

Franco arrivó al potere e per lo Jupiter fu l’inizio della fine. 

Il regime volle sdradicare la squadra dalle sue origini, toglierla dalla sua terra, da quella che per la compagine catalana ha sempre significato ‘vita’.

La squadra fu ‘esiliata’ a nord, proprio l’opposto cittadino di dove era nata.

Per arrivarci, ad oggi, è semplice, ma a quei tempi dovevi quasi fimare un patto col diavolo.

Oggi alla squadra non rimane che una bacheca che fa gonfiare il petto e messa lì per ricordare quella che fu questa squadra per Barcellona e per la Spagna intera: una bacheca piena di medaglie e trofei, come quel titolo spagnolo dell’era dilettantistica del 1925 che ha donato per sempre lo Jupiter all’immortalità.

Ora i ragazzini c’è difendono questi colori sgambettano e sudano sui campetti regionali.

Ma un giorno chi sá…

Chiunque ha conosciuto il paradiso e poi l’inferno non può che riprovarci. 

Alla fine chi si chiamava Jupiter, cioè Giove, non può che puntare al posto che gli spetta.

Quello tra le stelle.

L’uomo che viveva gli attimi degli altri..


Ora io non so di preciso come si chiamino quei momenti che esistono tra un secondo e l’altro, ma sono quasi convinto che sia lì, in quegli istanti interminabili, tra un respiro e l’altro, che si nasconde l’immortalità.

Ci sono calciatori capaci di coglierla, quell’immortalità lá, quella leggenda lí, e quelli sono gli uomini straordinari.

I superuomini, come piaceva chiamarli a Nietzsche.

Quasi non umani. Nati sulla terra ma arrivati da chissà dove.

Loro la notte non guardano le stelle. Loro sono stelle.

Sono scintille impazzite che ambiscono a startene lassù.

Di fianco alla luna, dove vivono i sogni.

Sì perché è proprio in quel momento lá, dove tutti noi vediamo solo una pausa tra un secondo e l’altro, che loro vedono oltre.

Vedo o uno spazio in cui infilarsi mentre gli altri dormono. Pensano. Sognano e sperano.

Loro, i superuomini, sanno che per sognare c’è tempo. Che per sperare c’è tutta una vita.

Loro non sognano. Loro sono sogni.

Agiscono in quel frammento di tempo in cui gli altri battono gli occhi.

È come se fermassero il tempo. Lo dilatassero e comprimessero a loro piacimento.

Secondo le loro esigenze.

Ruud Van Nisterlrooy non giocava a calcio, ma vive tra quegli attimi come un intruso. Come un barbone che rovista tra le immondizie della vita.

Sembrava assente. Spaesato. Quasi altrove.

Ma non era così.

Lui aspettava quell’istante tra un secondo e l’altro dove gli altri non vivono.

Che gli altri non colgono in mezzo a quel delirio che è, ma sopratutto era, Old Trafford

Se ancora oggi vi capita di passare da Manchester i giorni di pioggia, e tendete un orecchio verso la Stretford End, potete capire che lui, in realtà è ancora lá.

Con le braccia aperte che corre verso quella folla. Verso quell’urlo che risuonava per tutta Manchester e che diceva ‘Ruud. Ruud. Ruud’.

Se ancora oggi ci capitalassare da Manchester i giorni grigi, loro sanno ancora lá. Ad aspettarvi.

Ruud, Wayne, Cristiano. 

Non messi in quest’ordine in maniera causale.

“C’era una volta a Manchester”, potrebbe dirvi qualcuno, “un uomo che viveva gli attimi degli altri. Momenti che altre persone non volevano o non potevano capire. Carpire. Scovare’.

Un attaccante che non esiste più, non fatevi fregare o abbindolare da chi dice che oggi ne esistono di più forti.

Tutte cazzate.

Non tanto per quei gol in aria, come sospeso mentre Old Trafford guardava incantato cose che fino a poco prima credeva impossibili, e da Old Trafford c’è passata gente come Best e Cantona, ma per la poesia che sprigionava il vederlo giocare, come se il poeta non fosse lui, ma colui che lo guardava. Contro le porte di notti che non torneranno più.

Abissi di solitudine nel pensare a momenti così, che sono volati per sempre. Chissà dove. Chissà poi perché.

Sarebbe stato bello chiedere a uno come Ruud “Allora, per quanto tempo rimani con noi, qua, ad estasiarci. Prepariamo il caffè oppure prepariamo la nostra vita?”

Erano tempi magici. Calciatori magici che non riempivano vuoti, ma accendevano fuochi.

Accendevano cuori. Accendevano semplicemente noi.

E ancora, nelle notti di inverno, lá a Manchester, nonostante il silenzio, quell’urlo rimbomba per tutta la Greater più di una canzone degli Smiths o la voce dei Gallagher, e recita ancora ‘Ruud. Ruud. Ruud’.

Il 9 che viveva indossando il 10.

Che correva alla bandierina come Gabriel Omar Batistuta.

L’uomo che non credeva nelle poesie ma nei poeti.

Che viveva attimo altrui. Costruiti per altri che invece non vedevano.

Che viveva quegli istanti tra un secondo e l’altro che nessuno coglieva.

L’uomo che non credeva nelle stelle, ma nelle scintile che stelle possano diventare.

L’amore non è uguale per tutti..

Non c’è un cazzo a Croxteth fatta eccezione per tanta delinquenza.

Tanti cappucci e parecchi coltelli.

Non troverete un solo tour operatori che vi consiglierá un bel viaggio a Croxteth.

Una passeggiata. Una visitina veloce. Anche di sfuggita.

No. 

Niente.

Niente di niente.

Anzi. Vi diranno di starci alla larga. Di non guardare neanche i cartelli stradali con su scritto Croxteth.

Poco raccomandabile. Poco attraente.

Anche la noia si annoia a Croxteth. 

Anche le palle si rompono le palle a Croxteth.

A meno che..

Beh, almeno che voi non siate ‘gli altri’. Non cerchiate pochi trofei ma tanta passione.

A meno che non siate in pellegrinaggio per un Dio pagano che di Divino non ha mai avuto un bel niente.

A meno che non siate i vicini rumorosi. Quelli che Bull Shankly non avrebbe mai osato guardare se solo avessero giocato nel proprio cortile, chiudendo le tende manco fosse Ned Flanders che spia Homer Simpson nudo, ubriaco e senza sensi collassato in giardino. 

C’è un solo cartello veramente importante a Croxteth, e giace ad Armill Road davanti ad un grosso giardino.

Sul cartello c’è scritto ‘Ogni gioco con la palla è severamente vietato’ e quella casa che sorge davanti proprio quella scritta, era quella che fu di Wayne Mark Rooney.

Già, proprio lui.

Quasi uno scherzo della sorte. Vietare il calcio dove il calcio viveva.

Dove un ‘tofees’ sognava un giorno di spaccare per sempre il culo al Liverpool fino alla notte dei tempi.

Dove un bambino di soli undici anni non dormiva la notte sapendo di essere la mascotte della propria squadra il giorno dopo nel derby del Merseyside del 1996.

Non si può vietare il calcio dove un ragazzo di sedici anni e 360 giorni si prestava di lì a poco a interrompere il record di 30 partite senza sconfitte dell’Arsenal degli invincibili battendo

Sua Maestà David Seaman con il telecronista impazzito che urla ‘Wayne Rooney, remember the name’!

Come si può vietare il romanticismo di un sogno, di un gol sotto la pioggia a colui che ben presto partirá per Manchester per vincere tutto e anche oltre.

Ma che mai, mai lascerà che quei colori se ne vadano da quel cuore.

Da quelle vene. 

Il cuore rosso all’esterno, blu nei battiti.

Avete presente Jimmy Grimble, il bambino che rifiuta lo United pur di giocare nel ‘suo’ City?

Ecco, Wayne ha fatto uguale, assomigliandoli pure, decidendo di tornare a Everton, a Goodison Park nonostante contratti più invitanti.

Posti più esotici.

Spiagge più bianche e squadre più famose.

Il primo amore non si scorda mai, si dice.

Non so se sia vero.

Ma Wayne forse lo sai.

Lui si che lo sa.

L’ha sempre saputo.

Ecco perché se ancora oggi andate a Croxteth, davanti quella casa di Armill Road, dove tutto questo amore nacque il 24 ottobre di 32 anni fa, attaccati alla finestre di quella che fu camera sua ci sono anche i poster dell’Everton.

Nonostante Wayne abbia girato il mondo vincendo tutto vestito di rosso.

Quel rosso che in fondo, anche se con una stemma ben diverso, ha sempre odiato.

Ecco perché quando Alex Ferguson disse ‘Il mio mandato su questo terra è far scendere quello de Liverpool dal loro fottuto piedistallo’ trovò in Rooney un allenato preziosissimo.

Tutto pur di vederli perdere.

Chi pensa a Liverpool pensa al Liverpool.

Alla Kop.

A Gerrard. Dudek e Anfield Road.

Chi dice Liverpool dice cinque Coppe dei Campioni e diciotto campionati, anche se l’ultimo nel lontano 1990.

Chi pensa a Liverpool pensa rosso.

A meno che voi non siate Wayne Mark Rooney.

Li allora penserete che il Liverpool (1892) è nato ben quattordici anni dopo’Everton (1878) e che all’inizio della propria storia non si chiamava Liverpool Football Club ma ‘Everton FC and Athletic Ground plc,’.

Se foste Wayne Rooney sapreste che l’Everton dal 1884 al 1892, prima che nascessero i ‘Reds’ giocava a Anfield e che la prima partita di quel tempio sacro fu Everton-Earlstown 5-0.

Se solo foste Wayne Rooney sapreste che il cuore comanda i sentimenti, che l’infanzia è più importante dei soldi e dell’America.

Solo se ti chiami Wayne Mark Rooney, il bambino che dopo tredici anni ha deciso di tornare a casa, sdraiarsi di nuovo su quel letto sporco e infeltrito a sognare ancora una volta, solo una volta, di indossare la maglia di quell’amore per pochi, non per tutti, senza seguite una moda particolare, senza avere ‘You’ll Never Walk Alone’ ogni giorno a Goodison, che se ne fotte il cazzo dei trofei di quelli lá, che non vince il campionato (nove in tutto) dal 1987 e che si chiama non ‘l’altra squadra’, non ‘i perdenti’, i ‘diversi’, ma solo e soltanto Everton Football Club 1878.

La squadra più Pop di sempre..


Cosa può esserci di più pop e nostalgico degli anni ’90?

Niente, sembrerebbe almeno all’apparenza.

A meno che non si tratti di un appendice di quelli anni che si è protratta anche nel nuovo millennio, così restia a tagliare il cordone ombelicale con quegli anni fantastici.

Meravigliosi esattamente come il loro calcio ormai, possiamo ammetterlo senza problemi, unico ed irripetibile. 

Andato. Finito. Chissà dove. Chissà perché.

Eppure se soltanto aveste passeggiato per le strade di Londra le mattine di sole invernale una quindicina scarsa di anni fa, e se solamente la vostra immaginazione fosse stata ai tempi sufficientemente creativa, avreste potuto vederli giocare a calcio per le vie movimentate di Soho oppure quelle colorate di Camden Town. Con le giacche a terra al posto dei pal o dei cartelloni con su scritto Champions League,i lá nella regale a Notting Hill oppure tra i fumi della Brick Lane, la famosa ‘Bangla Town’, tutti impeccabilmente vestiti da perfetti londinesi: chi con la camicia a quadri grandi, chi col giaccone lungo, chi altro ancora con un maglione blu della Stone Island e jeans a sigaretta, tutti rigorosamente in scarpe bianche e ovviamente, senza alcun dubbio, senza alcun tipo di patetico risvoltino. 

La gente si sarebbe fermata a guardargli, incantati, così meravigliosamente anni ’90 anche se gli anni ’90 non erano più.

Così fantasticamente ‘pop’ nella loro semplicità, nella loro ingenuità di non sapere d’esserlo.

I bambini non sarebbero più voluti tornare a casa, mentre i padri sarebbero tornati indietro nel tempo, ricordando quando erano loro lá sulla strada, nei parchi londinesi, a sudare, correre e sognare le verdi zolle di Stamford Bridge.

Sì perché il Chelsea di inizi anni 2000 ha avuto calciatori e storie irripetibili.

Ancora oggi, dopo quasi due decadi ormai trascorse, chi pensa al Chelsea non pensa ad Hazard, Diego Costa oppure David Luiz.

No.

Pensa a Joe Cole.

Pensa a Diedier Drogba, Arjen Robben.

Pensa a Frankie Lampard, il miglior marcatore nella storia dei ‘blues’.

Pensa a John Terry, capitano di mille mogli e battaglie.

Pensa al talento incompreso e cristallino di Mateja Kežman.

Alle due ali bionde che più bionde non si son mai più viste: Jesper Grønkjær e Damien Duff.

Pensa all’uomo venuto dal nord. L’estremo nord, Eiður Guðjohnsen. L’islandese volante.

Una specie di Dio del Valhalla in versione moderna.

Pensa a Ricardo Carvalho.

A quella freccia d’ebano che era Babayaro.

Al muro nero, William Gallas.

Chi pensa ancora oggi al Chelsea non pensa ad Antonio Conte o Roberto Di Matteo.

Pensa a Claudio Ranieri ed un giovane e sbarbato Josè Mourinho.

Chi pensa al Chelsea non pensa all’angelico Thibaut Courtois. Pensa all’immortale, nel vero senso della parola dopo quel maledetto 15 novembre del 2006 contro il Readinn, Petr Cech.

La muraglia ceca.

Ancora oggi nessuno pensa a Nemanja Matic o N’Golo Kantè.

Ma a Claude Makélélé e Michael Essien.

Pensa a Salomon Kalou e Lassana Diarra.

A Paulo Ferreira. A Shaun Wright-Phillips. A Geremi, Robert Huth è l’eterna riserva Carlo Cudicini.

Pensa a Maniche e Hernán Crespo.

Una squadra formabile. Assemblata in maniera perfetta è così restia a distaccarsi da quelli anni in cui, veramente, doveva vivere.

Se ancora passate per le strade di Londra le fredde mattine di una domenica di dicembre, potrete ancora vederli lá, improvvisare una partitella nella centralissima Coven Garden oppure nella più distaccata ma pur sempre caotica Blackstock Road di Finsbury.

Loro sono ancora ed esattamente lá.

Come una quindicina di anni fa.

Quando il Chelsea era il Chelsea e dove il giovane Abramovic viveva solo e soltanto a cazzo duro, fregandosene delle delusioni, dei mal di pancia e di quella merda di Fair Play Finanziario.

A lui bastavano loro. 

I suoi uomini. 

La sua gente. 

Le canzoni di Snoop Dogg e i suoi ragazzi vestiti dalla Umbro.

Quegli anni fantastici.

Quando Petr salvava l’impossibile, John era combattuto se salvare su Henry o farsi la moglie di Bridge, Frank la lanciava a Didier e Didier, con accanto a Arjen, Mateja e Eidur ad ammirarlo, la metteva dentro come sempre lui, solo lui, meravigliosamente lui, sapeva fare in quegli anni, in quella decade sbagliata e giusto un po’ ritardataria, dove tutto, ogni cosa e oltre, era ahimè, già pop, Chelsea e nostalgia.

Dio benedica il maledetto United..


Nuovo post-
Dio benedica il maledetto United..
Fatevi un favore.

Fatelo a voi stessi, se potete.

Ecco, non andate a Leeds i giorni di pioggia.

Per carità. Non fatelo. Sia mai.

Sopratutto se siete buoni di spirito e il vostro cuore è candido. Pulito. Immacolato.

Non andate a Leeds i giorni di pioggia

Fatelo per voi. Per la vostra anima. 

Per quel poco di sano che vi rimane ancora dentro in questo mondo impazzito.

Per quella scheggia di umanità che ancora vaga dentro di voi e che questo tempo non è riuscito per adesso a togliervi dalle vene.

Sì perché il fango a Leeds i giorni di pioggia è più sporco di qualunque altro fango sulla terra.

In qualunque altro posto del pianeta.

Nessuno, in un’altra città, in nessun altro luogo su questa schifosa terra sarà mai sporco come è sporco un adolescente di Leeds i giorni di pioggia.

Brutta bestia Leeds se non si ha un buon filo spinato a proteggere il proprio cuore.

Se non si dota lo stomaco di un tirapugni pieno di spunzoni pronto a colpire per difendere l’onore.

Se non si è veramente figli di puttana dentro.

Brutta bestia Leeds i giorni in cui piove.

Lo diceva sempre Brian Clough.

E come dargli torto?

Don Revie e i suoi ragazzi ci sguazzavano nel fango di Leeds i giorni di pioggia.

Maledetti bastardi figli di chissà quale rapporto tra cani vagabondi.

Era l’estate del 2000, al sorgere di questo nuovo millennio, avevo da poco compiuto quattordici anni e mentre sul calar della sera io ed un mio amico stavamo lá, a contemplare il mare tra il vento che, dopo chilometri e chilometri, aveva deciso di baciare proprio i nostri di capelli, un vecchio signore si avvicinò.

Guardava anche lui il mare, e dopo secondi che a noi sembrarono anni, senza distogliere lo sguardo dalle onde ci disse ‘Neanche sapete la fortuna che avete. Nessuno è più ricco di voi. Ora, in questo momento. Non sperperatela. Non fatelo. Non permettete mai a nessuno di farlo’.

Poi se ne andò. Non l’avrei mai più rivisto.

Parlava con molta probabilità della giovinezza. Della fortuna che uno ha quando ha quattordici anni. Di quell’immensa fortuna che mai più tornerà.

Pensai allora che se a questo mondo siamo condannati all’Inferno, per via dei peccati e cazzate varie, allora è meglio entrarci dalla porta principale.

Nella vita reale così come nel calcio.

Ed ecco che proprio in quel periodo si stava affacciando sul palcoscenico calcistico una manica di avanzi di galera e tagliagole che usavano il calcio più come una copertura che per farne il loro vero mestiere.

Ecco che il mondo di lì a poco stava per riscoprire dove veramente fosse Leeds.

Di lì a poco tutti noi avremmo amato quello che tutti, o quasi, in Inghilterra invece odiano con tutto il loro cuore.

Come una trentina d’anni prima, quando alcuni signori molto poco inglesi nel loro aplomb come William John ‘Billy’ Bremner, Norman Hunter, Terry Cooper, quel bastardo irlandese di Jonnhy Giles o maledetti scozzesi come Bobby Collins e Eddie Gray.

Dei fabbri travestiti da calciatori.

Gente che sarebbe morta per la maglia, per il proprio condottiero e guida spirituale Donald Revie.

E rieccoci adesso, anni dopo, reincarnati in nuovi idoli. 

Nuovi eroi.

Quelli eroi che Leeds ama sopratutto i giorni di pioggia.

Fregandosene il cazzo di apparire simpatica a chi non è di Leeds.

Di chi Leeds la odia ogni giorno sempre più e magari vorrebbe avvicinarcisi i giorni di bisogno.

I giorni europei nascondendosi dietro quell’untile demagogia che vorrebbe farci credere che in Europa si debba tifare la squadra della propria nazione. Magari la stessa che si vorrebbe veder bruciare per tutto il resto dell’anno.

Quante cazzate. 

Leeds se ne frega e ama i suoi idoli.

Stavolta provenienti da molto più lontano che della vicina Manchester, Scozia o Repubblica Irlandese.

Come dimenticare..

Come dimenticare quei fantastici anni 2000 fatti solo di adrenalina e poesia.

Di cazzo duro e musica immortale sparata per le stellate notti estive a tutto volume.

Fatti di Festivalbar e idoli calcistici.

È storia.

È la nostra vita.

È un pezzo indimenticabile che mai più tornerà.

Mark Viduka e Harry Kewell, due cazzo di fenomeni, che dopo aver dribblato e superato canguri australiani in gioventù, hanno deciso di mettersi l’Inghilterra ai loro piedi.

Uno, Mark, una prima punta di peso, vecchio stampo. Di quelli che fanno reparto a sè, che da soli spostano un’intera difesa. Che quando puntano la porta fanno paura. Tanta paura.

Segna un gol ad Old Trafford, su cross di Danny Mills allungato da Lee Bowyer, in cui sembra sospeso per aria per secondi interminabili.

Potenza pura racchiusa in un involucro fatto di organi e pelle.

Nervi e voglia matta di segnare.

Di una rabbia agonistica unica.

L’altro, Harry, un gioiello purissimo proveniente direttamente da qualche miniera del Queensland.

Harry ‘The Jewel’.

Una classe cristallina. Un poeta d’oltreoceano. Un danzatore in tacchetti da sei.

Insieme a Alan Smith, aaaaah, Alan Smith, ma vi ricordate quanto cazzo era forte Alan Smith?, l’unica goccia di talento in un mare di picchiatori.

Di pregiudicati salvati dalla galera, il cui capo banda era senza ombra di dubbio Lee Bowyer, uno che in un paio di vite precedenti deve essere stato sicuramente il braccio destro di Long John Silver. Che razza di criminale. Fosse stato inventato da Irvine Welsh sarebbe andato in campo con le punte degli scarpini in acciaio e i tacchetti limati con l’affilacoltelli.

Uno che nell’aprile del 2005, ai tempi del Newcastle, ha iniziato una memorabile rissa in campo con il proprio compagno di squadra Kierom Dyer, così assurda e violenta che se non fossero intervenuti avversari e compagni di squadra, tra i quali Alan Shearer, con molta probabilità sarebbero ancora lá, a St. James Park a picchiarsi e darsele di santissima ragione.

Giorni dopo Bowyer dovette addirittura presentarsi davanti alla polizia per scusarsi.

Di quel gol di testa al Milan, su papera colossale di Dida, a Leeds ne parlano ancora. Ogni giorno.

Poi Ian Harte, il Beckham mancino. Un terzino che calciava come un Dio. Ogni punizione era un dipinto. Per sicurezza, chiedere a Barthez.

Poi gli altri indimenticabili: Nigel Martyn, Gary Kelly, Olivier Dacourt, Lucas Radebe, Jonathan Woodgate, Robbie Keane, Eirik Bakke, David Batty.

Una giovane roccia d’ebano di nome Rio Ferdinand. Semplicemente insuperabile.

Insormontabile.

Invalicabile come neanche il cancello di Buckingham Palace.

Come il bagno di Elisabetta quando la mattina si pulisce il culo.

Ma sopratutto Alan Smith. Mio Dio Alan Smith. Destro. Sinistro. Corsa. Genio e sregolatezza.

Che squadra di uomini cazzuti. Di gente che sarebbe morta per quella maglia.

Per quello stemma. Per quella bianca maglia che tanto tempo fa, altri eroi, altri uomini dalle palle quadrate, difesero prima di loro.

Dimenticare sarebbe un po’ come essere colpevoli di un delitto.

Di lesa maestà.

Esistono altre cose oltre il lavoro, sapete? Una di queste sono le emozioni.

I sentimenti.

Drogarsi fino al collasso di attimi irripetibili.

Ecco perché non è consigliabile andare a Leeds i giorni di pioggia.

Per rispetto.

Per non piangere.

Devozione.

Semplice venerazione per eroi passati, presenti e futuri.

Per il cielo che ogni giorno piange alla memoria di Don Revie, Billy Bremner.

Per Rio Ferninand. 

Per Yeboah.

Per tutti i peccati del mondo che in quel periodo si concentravano solo e soltanto a Leeds.

Per il sinistro di Harry Kewell. Per le sue scorribande tra le verdi praterie inglesi, creando da solo lo stesso scompiglio creato da un gruppo di hooligans strafatti di birra.

Le sue poesie.

Per Mark Viduka e quella sua potenza che un caldo e dolce vento australiano ha trasportato fino nel cuore della lontana e gelida Inghilterra.

Non per salvare la Regina, per carità, quella ci pensa già da sola.

Ma per quei nostalgici romantici che ancora oggi, a distanza di quasi vent’anni, grazie alle gesta di quei meravigliosi ragazzi, ogni tanto vanno a vedere cosa combinano i ribelli terribili di Elland Road.

Per regalare ad una città ed al suo grigio cielo, ad un popolo, ad una squadra gloriosa e decaduta, emozioni di semifinali europee dimenticate che solo il fango può avvolgere. Coccolare. Elevare.

Che solo la pioggia può capire, solo e soltanto quando, passando di lá a salutare quei ragazzi, decide di cadere sopra la bella e malinconica Leeds..