Il Toro e la Chape..

Sará davvero una bella partita, non c’è che dire. Con il suo carico di emozioni, simbologia e mistica rischia seriamente di diventare il match dell’estate. In un mondo parallelo potrebbe tranquillamente essere la finale della vecchia Coppa Intercontinentale, ormai estinta. E invece sarà di più. Molto di più. Toro e Chape si ritrovano unite da un filo invisibile ed indelebile che vorrebbero non esistesse, ma che c’è, e le rende speciali. Stasera ancora di più. Alle ore 21.30 all’Olimpico Grande Torino le due squadre giocano per loro, la loro storia, ma sopratutto per chi non c’è più. Ormai leggenda la strage di Superga, ancora invece tremendamente fresca la tragedia colombiana. La Chapecoense non è voluta mancare, nonostante stanotte alle 2:45 giochi un’altra partita, sicuramente meno importante, in Coppa do Brasil, contro il Corinthians. Ecco allora che Alan Ruschel, uno dei sei sopravvissuti a quel volo LaMia 2933 partito da Viru Viru, Bolivia, e mai arrivato, è nuovamente salito su quella macchina volante tanto temuta con alcuni titolari e tanti giovani perché non poteva non esserci. Perché quando il Torino chiama, specialmente per certe partite, non puoi non rispondere. Si perché quella del Toro con il Sudamerica è un’amicizia consolidata nei secoli, nata per la precisione il 26 maggio del 1949, quando il glorioso River Plate decise di attraversare l’Oceano per rende omaggio a quei giovani eroi morti ventidue giorni prima, con una partita, il cui ricavato fu devoluto interamente alle famiglie delle vittime. Un match di beneficenza al Comunale contro quello che rimaneva dei granata, anzi, dell’Italia colpita al cuore. Si perché quella che i “millonarios”, dove giocava un certo Alfredo Di Stefano, uno che di lì a poco in Europa farà una discreta carriera, trovarono davanti fu una formazione mista composta da calciatori di Inter, Milan e Juventus, Fiorentina e Bari. Quella squadra venne chiamata Torino Simbolo, e non penso ci sia bisogno di spiegare il perché. Da quel giorno la seconda (o terza) maglia del River è quasi sempre di colore granata, in segno di un’amicizia eterna, o come la chiamano gli argentini “Eterna Amistad”. Anche il Torino molte volte, molto frequentemente negli anni ‘50, userà in trasferta una maglia bianca con banda granata. Ecco perché stasera non sarà una semplice amichevole come centinaia ce ne sono in estate. Lassù hanno già preso posto sulle gradinate del cielo. In attesa di riscaldarsi. Tutti tesi per l’emozione.Loro non vedono l’ora di tornare a giocare. Anche solo per una sera. Nella memoria di chi non li dimenticherà mai. Gli eroi sono sempre giovani e belli. D’altronde fino ad oggi, i ragazzi, tutti loro, erano solo in trasferta.

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Oggi il mondo è un po’ più triste. Oggi ogni bottiglia di birra, che sia in frigo, sul fondo di qualche oceano oppure su una tavola con la tovaglia a quadri, porta l’etichetta a mezzo busto, per rispetto. Se ne è andato un grande. Uno sciamano. Forse la più grande ala che l’Argentina abbia mai avuto. René Orlando Houseman, “el loco de Bajo Belgrano”, quartiere povero e decadente di Buenos Aires dove il padre si stanziò negli anni ‘50 dopo aver lasciato la campagna “Ricordo pochissimo di lui. Lo conobbi che era già inferno nel letto, mangiato dall’alcol e dalla demenza senile”. René balla per il quartiere con la palla al piede per le strade sporche, scalze e piene di tristezza popolare. “È stato il periodo più bello della mia vita. Non avevo un soldo ma ero libero. Felice. Giocavo a calcio il giorno e dormivo la notte. Tutto quello che sogna un bambino. Passa dal “potrero” al calcio che conta senza neanche accorgersene. Firma per l’Huracan, la squadra della sua vita, con la quale vincerà uno storico titolo, il Metropolitano del 1975 e con il quale segnerà un gol completamente ubriaco, sempre nello stesso torneo, a20 minuti dalla fine, al Monunental, contro “el River”. “Il giorno prima era il compleanno di mio figlio. Andai alla festa e mi ubriacai. Mi presentai il giorno dopo alle 11 al Monumental quando si giocava alle 15. Mi fecero dormire un’ora in spogliatoio e poi bere tre tazze di caffè. Giocai senza capirci niente. Poi segnai e finsi un infortunio per poter andare a casa”. Vincerà anche il Mondiale del 1978. “Non ho avuto la fortuna necessaria perché sono sempre stato un “villero”. Oggi fumo le Malboro. Ai tempi fumavo le Gitane. Erano senza filtro. Le più assassine mai esistite, mentre a 19 anni conoscevo l’alcol per non lasciarlo mai più”. Se l’è portato via un cancro a 64 anni, mentre scendeva gli ultimi mesi della sua vita a elemosinare monete per strade per potersi pagare un Big Mac e una pacchetto di sigarette mentre passa le domeniche a guardare culi di passaggio e l’amato “Globo” tra i delinquenti del Tomas Ducò. Quelli di cui si è sempre sentito parte.

Buon viaggio Loco..

Quando eravamo re..

Quando eravamo re..

Roy non può capire. Roy non potrai mai capire cosa significhi, troppo impegnato a banchettare nelle nobili stanze del football scozzese, per comprendere. Troppo distratto a dormire tra le nuvole con la loro bella aria pulita e rarefatta per sentire che cazzo di tanfo emana invece questa maledetta fogna in cui viviamo ogni giorno, ogni anno, ogni stagione infame, maledetta, ma della quale non possiamo fare più a meno. È una specie di “sindrome di Stoccolma” prestata al calcio: più mangi merda e più ne mangeresti. Una specie di circolo vizioso dal quale è impossibile uscire, sopratutto se non lo si vuole veramente. È come se il perdente diventasse tutt’uno con la sconfitta. Come se quella malinconia dovuta al vedere sempre e solo vincere gli altri sia la linfa vitale dell’anima. Un motivo di orgoglio. Un qualcosa di inseparabile. Come un marchio di fabbrica. Una specie di catena non spezzabile neanche dal cazzo più duro di tutta la Terra di Albione. Roy non può capire. Non potrai mai farlo. Come può capire uno che tifa Celtic, così troppo impegnato ogni giugno a scegliere il vestito da cerimonia che poi indosserà ad aprile quando i giochi, scontati, saranno fatti e loro saranno ancora campioni di Scotland? Sorpresa! Come ogni anno, tutti gli anni, sempre uguali? Provate a nascere a Glasga e tifare Queen’s Park. Su, coraggio. Provateci. Anche solo un mese della vostra merdosa vita fatta di alzate alle 7 di mattina per un salario da fame e tagli sulle mani, indossando sempre quei maglioni così tremendamente uguali e le stesse mutande per 6 giorni di fila, e le notti così maledettamente silenziose da cercare nelle Becks e nel calcio le uniche vie di fuga. Solo che se ti affacci alla finestra stavolta non ci sono Celtic o Rangers a spartirsi quella torta fatta di sterco di pecora, sempre loro, solo loro. No. Provate a vivere una vita anonima in una qualche corea di Glasgow ed in più, come se non bastasse, tifare Queen’s Park Football Club, il club più antico di Scozia, ma forse anche il peggiore, un po’ come se quel 9 luglio del 1867 fosse stato fondato direttamente dall’acqua marcia del cesso dove Mark Renton cercava la supposte di oppio per calmare la sua astinenza da schifoso eroinomane. Chi non c’è dentro fino al collo e sguazza negli escrementi potrà mai capire cosa significhino 50’000 pazzi in trasferta in Third Division per una partita che non conta un benemerito pisello, solo perché gioca lei. Vorrei vederceli quelli del Celtic dopo 140 anni di anonimato se avessero ancora le forze e il coraggio di seguire la loro squadra nelle campagne scozzesi. Facile farlo quando si è i migliori oppure come i Gers, per un paio di anni con la certezza praticamente assoluta di ritornare immediatamente tra i primi due nel giro di due, massimo tre anni. Provateci con una squadra che non vince un cazzo secco dal 1893. MILLEOTTOCENTONOVANTATRE. Quando eravamo i re. Per l’ultima volta. L’ultima delle 10 Coppe di Scozia vinte, dal 1873, e nonostante tutto, pur non vincendo una ceppa dal 1893 essere pur sempre la terza squadra più blasonata di Scozia. . Poi più niente.Manco un torneo parrocchiale. Un terzo posto in una gara al pub a chi sputa più lontano. Niente. L’unica squadra dilettantistica in tutto il panorama scozzese che ha il privilegio di giocare tra i professionisti. Che non ha mai rinnegato le sue origini e il suo motto “Ludere Causa Ludendi”, “Giocare per il gusto del gioco”. L’unica squadra che ha l’onore di giocare a Hampden Park le partite di casa, proprio come i sovrani. La squadra che detiene il record di porta inviolata più lungo della storia del fuuuutballll: 8 anni, dal 1865 al 16 gennaio 1875. Era diverso allora. Il derby di Galsga, il vero derby di questa sporca città, era Queen’s Park – Rangers, altro che Old Firm. Roy non potrà mai capire cosa significhi tifare la storia, essere i primi a indossare una maglia con ride orizzontali, gli “Hoops”, quello originale. Essere la prima squadra di Glasgow. Non può capire cosa significa essere costantemente in 4,000 allo stadio in Serie C quando i tuoi avversari al massimo possano contare una decina di spettatori di media. L’unica squadra scozzese ad aver giocato non una, ma ben due finali di FA Cup inglese, entrambe perse, 1884 e 1885, contro il Blackburn. Non potrà mai capire di quando eravamo re e adesso neanche garzoni. Di come basta nominare quel nome per riempirmi di orgoglio. Di non aver mai giocato una partita in Premiership. Di aver giocato in tutti e tre gli Hampden della storia, con quel gioiello che era Cathkin Park. Uno che tifa Celtic non potrà mai capire che significa, o almeno farà finta di non capirlo, mentre a uno che tifa Rangers forse non ci arriva, a lui basta avere per sempre accanto a sè un coltello, una bandiera della signora Elisabetta ed una birra per credersi il migliore in questo mondo bastardo che invece non ammette santi, nè cattolici nè tantomeno protestanti lealisti di questa fulgida ceppa di minchia.

Il ragazzo nato giusto per questo..

Benedetto

Se Buenos Aires potesse parlare racconterebbe al mondo delle sue notti eterne permeate di odio, futbol, borotalco, tango e asado. Se la Bombonera potesse parlare, racconterebbe al mondo della stracittadina che ha riscritto la storia del calcio sudamericano. Se il prato di questo stadio potesse parlare, racconterebbe al mondo dei gloriosi scarpini e di quegli uomini straordinari che lo hanno calpestato in tutti questi anni per quei 90, meravigliosi, eterni minuti chiamati “Superclasico”.

Se gli occhi di qualunque bambino transitato dalla Doce fin dalla notte dei tempi, risalente a quel lontanissimo 1905, ad oggi, potessero parlare, potessero descrivere la prima volta in cui hanno assistito a questa assurda, incredibile rappresentazione mitologica che il mondo moderno ha deciso di sintetizzare in “Boca-River”, anche se in realtà non basterebbe un’Odissea per descriverla, racconterebbero robe leggendarie. Mai viste. Neanche solo pensate. Di vite date e tolte. Si sogni acciuffati e poi scappati via chissà dove. Racconterebbero che ci vogliono cuori speciali per simili emozioni. Che l’anima, se solo potesse, sarebbe anche pronta a scappare dal corpo per paura, per quel puro terrore che l’attraversa quando tutta la gradinata Nord decide di saltare e battere all’unisono come un unico, indivisibile cuore pulsante. “Cuando la Bombonera no tiembla. Late”. Se l’amore di Darìo Ismael Benedetto potesse parlare, pronuncerebbe quattro sole semplici parole, che sembran non voler dir niente ad un avaro di spirito, ma che invece, per chi è ancora in grado di emozionarsi, significano tutto. Per lui e per altri milioni di tifosi, figli e padri sognatori. Per la metà più uno del suo fantastico paese. Quelle quattro semplici parole che gli occhi di Darìo Ismael Benedetto griderebbero, sarebbero “Club Atletico Boca Juniors”. “La mitad mas uno” di una nazione che ha rapito cuori con dal primo giorno è che rapì anche quello di quel bambino nato a Berazategui il 17 maggio 1990 che passava le proprie domeniche lá, in mezzo a suoi, tra i “negri” e i “cocaleros” tagliagole e gli sfregiati della Doce. Chissà quante volte quel ragazzino non ancora marchiato da tatuaggi come un galeotto argentino qualsiasi, si è gettato verso la rete dopo un gol dei suoi idoli Román e Martìn. Chissà quante volte Darìo ha pensato “Se solo potessi esserci io lá in mezzo. Glielo farei vedere di che pasta sono fatto” sognando ad occhi aperti mentre Riquelme disegnava calcio e Palermo lo metteva in cassaforte. “El Mudo y l’hombre de la pelicula”, con la sua vita da film, propio come quella di Darìo. Almeno nel finale. Si perché quando hai appena compiuto 12 anni e stai giocando la finale dei “Juegos Nacionales Evita” con la maglia del “Diablo Rojo”, l’Independiente, pensi di essere immortale. Fatto di una gomma durissima ed elastica allo stesso tempo. Di essere indistruttibile. Di credere che non potrà mai succederti niente. Ed invece… Ed invece la vita per Benedetto aveva nei piani una strada in salita. Ben altri scenari. Durissimi. Giá. Mentre Darìo era lá in campo che lottava, sua madre Alicia sugli spalti si accasciò a terra per non rialzarsi mai più. Infarto dissero i medici. La botta per quel giovane sognatore fu così tremenda che il suo spirito non riuscì a resistere a tale dolore, e fu così che decise di chiudere col calcio. Di appendere gli scarpini al chiodo, nonostante una vita ancora da viviere ed un talento diverso da quello di chi lo circondava. Ci vollero quattro lunghissimi anni perché il tempo cicatrizzasse quella ferita che sembrava non curabile. Non ricucibile. E così, grazie a due gol in un provino, venne ingaggiato dalla terza squadra di Avellaneda, quella dei sobborghi: l’Arsenal de Sarandì. Una guscio di roccia con l’animo da pulcino. Non l’ha fermato la morte di sua madre, figuriamoci qualche critica dopo una gara sbagliata con l’”abiceleste”. Darìo, un fenomeno in campo ma non tra i banchi, lascia la scuola e dedica i suoi pomeriggi solo e soltanto al calcio “Fino alle 14 lavoravo come manovale, poi il pomeriggio mi allenavo con l’Arsenal” ha dichiarato poco tempo fa Benedetto manco fosse uscito da un libro di Osvaldo Soriano. Il destino bastardo volle che il suo esordio tra i professionisti avvenisse due anni dopo quel provino, e indovinate contro chi? Già, il Boca, che quella partita la portó a casa con un gol di quella divinità che per anni ha risposto al nome di Juan Román Riquelme. Darìo ammira e porta a casa. Un campionato argentino, Clausura 2012, una Supercoppa e una Coppa d’Argentina. Poi il Mesico. Nel Club Tijuana prima e nell’America poi, dove, grazie ai suoi gol, tripletta nel 2-4 contro i canadesi del Montréal Impact e la rete dell’1-0 contro il Tigres UANL, trascina gli “azulcremas” alla conquista delle CONCACAF Champions League 2015 e 2016. Poi il miracolo. Il Boca lo nota. Vuole riportalo alla Bombonera, ma stavolta non come bambino sognatore tra i “boliviani” della Doce, bensì come centravanti. Avrei voluto vedere la faccia di Darìo quando gli hanno comunicato che il Boca era sulle sue tracce. Forse non ci sono mai stati occhi così felici in tutto il Sul-America. Dopo l’addio “infame” di Tevez e le vedove che ancora piangono Palermo e Riquelme, il popolo “xeneize” ha tremendamente bisogno di un nuovo idolo a cui aggrapparsi. A chi chiedere aiuto nelle notti più buie. Un Supereroe da sguinzagliare contro i cattivi del River Plate, che negli ultimi anni stanno dominando l’Argentina e il continente sudamericano. Il problema, perché c’è sempre un problema che ostacola i sogni, è che il Boca offre 4,5 milioni di dollari, mentre l’America non si muove dalla sua richiesta di 5,5, e lá, dove i soldi non circolano in maniera incontrollata come in Europa, anche un milione di differenza, che qua sembra più un fastidio che un ostacolo, può far saltare una trattativa. Ecco allora che Darìo decide di rinunciare a parte dell’ingaggio pur di atterrare alla Bombonera. Di mettercelo di tasca propria quel maledetto milione pur di tornare dove tutto è iniziato. Di sbattere sul tavolo del presidente dell’America cazzo e portafogli, pur di diventare uno di loro. Pur di diventare l”hombre del pueblo”. “L’hombre della Doce”. Un “hombre de Boca”. Uno di quelli lá, di quei delinquenti lì, quelli che ha sempre desiderato diventare. Quelli che saltavano con lui e che adesso salterebbero per lui. Pur di indossare “la camiseta de mi vida”, come l’ha chiamata più volte. Pur di avvicinare il più possibile il Boca all’offerta dell’America. È come se Darìo capisse finalmente il senso della sua vita. Lui è solo e soltanto per giocare lá. Per quei colori. Quella gente. Quella storia. Lui è nato giusto per quello. È nato al posto giusto. Dove sogni e destino si sono incontrati. È così, il 6 giugno 2016, il trasferimento avviene nella felicità generale, ma è il 25 settembre il giorno scelto dal destino per un raccontare una “favola moderna”. All’esordio assoluto con la maglia del Boca, contro il Quilmes, Darìo, che indossa la pesantissima “camiseta” numero 9, impiega solo 18 minuti, quelli che vanno dal settimo al venticinquesimo, per segnare una tripletta, con un gol di tacco ed uno da centrocampo semplicemente da film di fantascienza o da romanzo di Eduardo Galeano, e diventare già l’idolo della Doce. La sua Doce, dove certamente c’è qualche bambino che, entrato per la prima volta all’Estadio Alberto Josè Armando, sogna un giorno di essere come lui. Come Darìo. Come quel ragazzo “pelado” che sotto la maglia esibisce con orgoglio sul fianco sinistro quello stemma tatuato blu e giallo con una scritta “Esto es Boca”, fatto in Messico durante il periodo dell’America, perché il lavoro è una cosa, ma l’amore ne è un’altra. Non si scorda mai. Non rimane mai solo chiuso in casa per troppo tempo, anche a migliaia di chilometri di distanza. Anche se la tua mente è a Città del Messico ma il tuo cuore è rimasto al sicuro, chiuso in un cassetto a Buenos Aires. Sugli spalti del tuo stadio. A saltare per quella maglia, per quei colori insieme ad altri centinaia di milioni di cuori che insieme ne formano uno solo, che pulsa maestoso e che non ha eguali in tutto il Sudamerica. Erano sei anni che nessuno segnava una tripletta alla Bombonera: l’ultimo a riuscirci fu un certo Martìn Palermo, idolo bostero incontrastato, nel 2010 contro il Colon. Quando “El Pipa”, “il tubo”, chiamato così per via di quel suo naso pronunciato, girovagava in giro per l’Argentina mandato in prestito in qua e lá dall’Arsenal per farsi le ossa, senza sapere ancora che un giorno sarebbe stato a lui a rompere quell’incantesimo. Che avrebbe pagato lui un milione di tasca propria pur di vestire la maglia del suo amore. Che avrebbe mostrato i muscoli al suo popolo dopo ogni gol. Che un giorno avrebbe visto la Doce dal campo, dalla parte giusta della favola. Così come l’avevano vista i suoi idoli prima di lui, quando lui si divideva tra secchi pieni di malta e calcina, ponteggi pericolanti e il campo, sperando un giorno di indossare quella gloriosa “nùmero nueve”. Proprio come è successo. Presto ci sarà un murales lungo il “Caminito”, la strada principale de “La Boca” che conduce allo stadio, al tempio, che lo raffigurerà felice, facendolo entrare di diritto nel “Paradiso boquense”. Nel “pantheon xeneize”. Darìo sa che non avrà mai il posto d’onore lá tra le nuvole, quello se lo giocano mostri sacri come Maradona e Riquelme, ma almeno potrà avere l’onore di banchettare con loro. Presto dentro qualche corridoio che collega l’entrata della Doce alla curva campeggerà una sua gigantografia, ad omaggiare quello scudetto numero 32, l’ultimo, “el “Torneo de la Independencia 2016-2017” vinto sopratutto e grazie ai suoi 21 gol in 30 partite. Perché l’Argentina, sopratutto quella del futbol, è un mondo a se nel paronama mondiale. Lá i calciatori sono prima divinità, e poi uomini. A loro non interessa se una volta usciti dai confini nazionali non rendono come dovrebbero. Per loro non esiste altro che la maglia. È come se il tempo si fosse fermato all’Antica Roma. All’Atene di Socrate. Con il popolo sotto e le divinità poco più in altro. Niente in “Arghentina” è più in alto della squadra del tuo cuore e dei suoi discepoli che la onorano ogni domenica. Lá dove c’è gente con un cazzo di altare in casa con maglie, figurini e santini e feticci calcistici che prega ogni santissimo giorno. E anche Darìo adesso é alle porte dell’Olimpo dopo aver conosciuto l’inferno. Sarà stato forse qualche angelo lassù, volato via troppo presto, a dargli una mano, oppure solo il suo talento. La sua caparbietà. La sua passione. Il sognare quasi in maniera spasmodica, malata, malsana ma alla fine vincente quella maglia, così tanto da raggiungerla. Un giorno. Finalmente. Come quando saltava insieme al suo cuore tra altri migliaia di cuori, facendo sì che al mondo la gente davanti alle loro tv, incredula, stropicciasse gli occhi per poi esclamare “La Bombonera non trema. Batte”. Troppa magia per chi non può capire. Per chi non è del luogo o almeno del mestiere. Diciotto minuti possono regalarti l’immortalità eterna. Come altre leggende prima di lui. Come quando era solo un ragazzo della Doce con i propri miti, mentre adesso ha preso il posto di quelle divinità ed è l’idolo indiscusso, incontrastato dei tifosi che esultano ed esultavano con lui. Prima per un gol di Palermo. Adesso per uno suo. Già. Ecco perché se soltanto gli occhi di Darìo Benedetto potessero parlare, non avrebbero che parole solo e soltanto per quei due amori che non se andranno mai dal suo petto sinistro: mamma Alicia che lo guarda da lassù e il suo amore per quello stemma, per quella maglia, squadra, entità astratta ma tangibile di Buenos Aires, nata da cinque ragazzi emigrati dall’Italia, proprio come i suoi discendenti, nel 1905, che deve i suoi colori ad una nave svedese, la “Regina Sofia”, che come in tutte le favole del “pueblo” che si rispettino ha un antogonista cattivo e milionario da combattere, “los gallinas”, che per magia e senso religioso, non ha eguali in tutto il mondo, e che, più semplicemente, risponde a quel nome, che è ormai è leggenda, di Club Atletico Boca Juniors.

Non c’era tempo per i cartoni animati..

Non c’era tempo per i cartoni animati..

C’era una casa negli anni ‘70 sulla High Street di Gosforth, sobborgo di Newcastle, dove non c’era spazio per i cartoni animati.

Dove non c’era spazio per la fantasia, perché sognare la realtà era troppo più forte.

Troppo più bello.

Più eccitante.

C’era una stanza, a casa Shearer, dove i Puffi non potevano entrare.

Neanche gli Aristogatti.

Neanche il più forte di tutti, l’Uomo Tigre.

C’era una posto nel cuore di Alan che mai nessuno è riuscito a toccare, almeno che quel qualcuno non si chiamasse Newcastle United Football Club.

Solo lui, e nulla più.

Anche se quell’amore a strisce bianche e vene nere ti ha scartato a 16 anni, preferendo altri ragazzi, magari meno innamorati, sicuramente meno forti. Meno devastanti.

Meno attaccanti.

Senza quell’olfatto speciale che solo i bomber di razza riesco a sviluppare quando sentono profumo di gol. Quando annusano l’impresa storica. Anche da ragazzini. Anche nella pancia della mamma.

Non si può spiegare.

Non c’è una formula magica oppure matematica capace di svelare il mistero.

È un istinto che nessun allenatore giovanile, anche il più bravo del mondo, potrai mai insegnare.

Non è un colpo di tacco. Una rovesciata. Non è una sovrapposizione oppure una diagonale difensiva.

È un qualcosa di innato che solo i prescelti hanno la fortuna di conoscere.

Non si può spiegare.

Non ce ne sarebbe motivo, perché non sarebbe insegnabile.

Si può solo ammirare.

C’è una vita dietro quella di Alan Shearer che parla di gol, esultanze, che si avvicina alla leggenda, perché se a 17 anni e 8 mesi segni una tripletta all’Arsenal, record ancora neanche minimamente scalfito da alcuno, non può essere un caso.

Il bambino di Gosforth cresce, impara e sopratutto segna.

Riesce a trascinare quasi da solo il Blackburn ad uno storico titolo inglese, quellodel 1995, riportando i Rovers alla vittoria del campionato dopo qualcosa come 81 anni.

Eppure, nonostante tutto, il Newcastle è sempre stato lá.

Dietro di lui, ad accarezzargli la testa dopo ogni gol.

Alan segnava con la maglia de Blackburn, ma sognava di indossarne un’altra.

L’unica del suo cuore.

L’unica della sua vita.

Quella che finalmente sposerà nel 1996 per non lasciarla più.

Formerà insieme a calciatori come Ginola e Asprilla una delle formazioni dei ‘Magpies’ più forti di sempre, fermati solo dalla sfortuna e un destino bastardo.

Infame.

Quel destino che fino all’ultimo c’ha provato a non farli indossare la maglia dei suoi sogni, senza però riuscirci.

Senza impedire a quella leggendaria mano destra di alzarsi a mezz’aria dopo un gol mentre Alan correva verso l’immortale. Verso il mito. Con gli occhi lucidi come un innamorato di otto anni che ha esaudito quello che ha rincorso per una vita intera.

Quel gol che sognava di segnare a St. James’ Park da quando era appena un bambino, inseguito fin ben oltre l’età adulta e vaccinata, quell’etá che non ha mai tagliato i ponti con quella fanciullesca dove, parole sue, ‘Non avevo tempo per i cartoni animati. Ero troppo impegnato di sognare di giocare nel Newcastle”.

#alan #shearer

Drop of Jupiter’: storia della terza, o forse prima, squadra di Barcellona..

‘Drop of Jupiter’: storia della terza, o forse prima, squadra di Barcellona..

Dovete sapere che fin da piccolo mi è sempre piaciuto da matti mettermi lá solo con me stesso e fare un gioco. Una volta sedutomi iniziavo a pensare quale squadra, piuttosto che un’altra, avrei tifato fossi nato in una determinata città: a Manchester avrei scelto il blasonato United o i rumorosi vicini del City? A Roma sarei stato romanista o laziale? Nella megalopoli Londra quale squadra avrei scelto tra le moltitudini di compagini esistenti?

A Madrid sarei stato del Real o dell’Atletico.

Molte volte rispondevo, molte altre trovavo difficoltà perché ogni squadra aveva pro e contro dentro di me, e alla fine mi davi pace da solo, dicendomi che solo se fossi nato in quel posto avrei potuto veramente rispondere, seguito chissà, dall’istinto, dalla società o dall’ambiente familiare.

Una delle città in cui pensavo di non avere dubbi era sicuramente Barcellona: fossi nato nella città catalana sarei stato un tifoso sfegatato del Barca, vusta anche la pochezza di emozioni e attenzioni che ha sempre richiamato in me l’Espanyol.

Punto.

Senza se è senza ma avrei cambiato questa mia convinzione.

Era uno dei miei pochi capisaldi in questo gioco cervellotico.

Poi però un giorno mi imbattei in un racconto oscuro, sussurrato a bassa voce quasi fosse reato parlare di quel determinato aneddoto troppo a voce alta, come se spiattelarlo ai quattro venti avesse richiamato chissà quale reato. 

Una storia che a tratti non sembrava vera, ma che fa della verità la sua arma più tagliente.

Nascosta ai più perché qualcuno ha voluta seppelirla per sempre.

Una volta dopo aver ascoltato questo racconto, riuscii a rispondere ad una di quelle famigerate e numerosissime domande che mi era posto numerose volte dalla tenera età di dieci anni e alla quale davo una risposta sbagliata, ovviamente senza saperlo: fossi nato a Barcellona, avrei tifato il ‘Club Esportiu Jupiter’.

Chi è costui, questo sconosciuto, diranno giustamente molti di voi.

Si tratta della terza squadra di Barcellona, dopo il Barcellona,appunto, e l’Espanyol.

Una squadra ‘muy calida’ (come si dice in catalano), avvolta dal fascino di una storia che le ha sempre remato contro.

La squadra nacque il 12 maggio del 1909, nello stesso anno della ‘Semana Tragica’, la settimana tragica, i sette giorni di forti contestazioni che vide insanguinare la città di Barcellona.

Il club vide la luce a Plueblo Nou, a sud della cittá, quartiere periferico pieno di fabbriche e sedi di sindacati anarchici, dove i dissidenti del regime franchista trovavano rifugio per non farsi acciuffare.

Per tutti la squadra divenne la ‘Selecion Obrera’ ‘La squadra dei lavoratori’ in catalano, per il suo spirito anarchico e di lotta sociale, sia perché fu fondato da due operai inglesi.

I suoi fondatori per il nome si affidarono al caso più assoluto: andarono sulla spiaggia di Mar Bella dove c’erano delle gare di palloni. Il vincitore avrebbe dato nome alla squadra.

Una consuetudine diffusa nel mondo del calcio, quella di affidarsi alla ‘suerte’ per decidere il nome o altre caratteristiche delle società, un po’ come fecero i ragazzini provenienti da Genova per decidere la maglia del Boca, lá sul porto di Buenos Airea, ma questa è un’altra storia. 

Il pallone che invece vinse quel giorno a Barcellona si chiamava appunto ‘Jupiter’. Da quel momento in poi la squadra sarà conosciuta con il nome del dio greco ‘Giove’, il padrone assoluto del Monte Olimpo.

Giocó la sua prima partita sul campo della ‘Bota’.

I giocatori indossarono casacche a strisce grigio e granata in onore della Catalogna, in onore di quello spirito indipendentista che in quegli anni era sempre più crescente.

La maglia rimarrà per sempre quella, con quei colori, salvo piccole parentesi, perché lo Jupiter è una squadra di calcio ma anche, e sopratutto, un simbolo sociale.

La società proprio a causa di questo carattere politico ben marcato divenne ben presto ‘illegale’. 

Le idee politiche che appoggiava e portava avanti erano troppo scomode.

Lo Jupiter in generale era scomodo.

La prima sede del club fu su la ‘Rambla del Purblo Nuevo’, dove vivevano appunto molti, moltissimi anarchici.

E anarchici erano anche quasi tutti i fondatori dello ‘Jupiter, che come stemma adottarono le cinque strisce grige e granata sormontate da una stella azzurra a cinque punti.

Vi riportiamo qui la testimonianza di un tifoso di lunga data, un aficionado del club, un mito per il ‘Club Sportivo Jupiter’, Julio Nacarino “Ero bambino negli anni ’60, la squadra era già in decadenza e Franco ci aveva tolto lo stemma e i colori sociali. Però il mito resisteva e ci affascinava. Anche oggi che giochiamo nel campionato regionale e siamo dimenticati da tutti. Nel 1925 siamo stati campioni di Spagna, abbiamo fatto la rivoluzione, tanti dei nostri sono finiti in carcere. Tutto questo è stato il nostro Jupiter”.

Racconto di una squadra che ha scritto un pezzo di storia cittadina e nazionale, laureandosi campione spagnolo dilettantistico nel lontano ’25.

Jupiter come avanguardia della lotta sociale, la squadra a fianco del popolo.

Gia, perché se il Barcellona era il club della borghesia e l’Espanyol quello della burocrazia castigliana, del potere proveniente da fuori la Catalogna, lo jupiter invece era la squadra della ‘Coscienza Lavorariva’, il club che si scagliava contro le ingiustizie dei potenti.

Lo Jupiter non solo come squadra, ma anche come simbolo sociale e politico, una sede di parito in calzettoni e strisce amaranto e grige.

Più passava il tempo, più lo Jupiter adottava connotazioni politiche ben definite.

Il club si affilió al sindacato degli anarchici, il numero dei soci aumentó in maniera esponenziale.

Nei primi anni del 1920 erano più di duemila, numero di una certa rilevanza vista l’epoca.

La stadio di via Lope de Vega era pieno all’inverosimile ogni benedetta domenica, il pubblico amava lo Jupiter proprio come lo Jupiter amava il popolo.

Nel 1917 il club divenne campione di Barcellona.

Nel 1925, invece, vinse il titolo della Catalogna e, come abbiamo detto prima, della Spagna intera (la Liga nascerà solo quattri anni dopo, nel 1929).

Lo Jupiter, a memoria d’uomo, divenne la prima squadra al mondo a vincere il campionato da ‘perseguitata’ politica.

Già

Perché nel 1923 Primo de Rivera divenne dittatore della Spagna, e lo Jupiter conobbe i primi veri problemi della sua storia.

Il suo nome fu cambiato in ‘Hercules’, giusto per avere una connotazione più iberica e meno internazionale.

Molti soci del club furono incarcerati, altri perseguitati.

Molti scapparono in Francia, altri si detterò alla ‘clandestinità’.

Nel 1924 lo stemma del club fu vietato in quanto era un chiaro richiamo alla bandiera catalana, e ciò non andava affatto bene.

Nessun vento indipendentista sarebbe stato tollerato.

La Catalogna non doveva esistere, e tanto meno chi difendeva i suoi colori.

Ma lo spirito catalano non è facile da sopprimere. 

Così quando l’anno dopo fu suonata la marcia reale sul campo del Jupiter, l’aria fu inondata di fischi di disprezzo. Tutti in piedi contro il governo, contro il potere accentratore. Partirono allora molti arresti e persecuzioni per i soci anarchici.

Lo Jupiter era troppo scomodo e troppo pericoloso.

Momenti duri.

Difficili.

Nacarino ha gli occhi lucidi quando narra di quei tempi così bui.

Spiega che la maggior parte degli incassi che lo Jupiter faveva con le partite, andavano quasi tutti al movimento anarchico. Alla lotta contro il potere. Lo Jupiter non rinnegava le sue origini.

I soldi servivano al movimento per pagare gli avvocati, servivano per le famiglie dei carcerati e per comprare armi e pistole per continuare la lotta.

Lo stadio fu trasformato in arsenale. 

Quando lo Jupiter andava in trasferta le pistole venivano smontate e messe nelle camere d’aria dei palloni per aiutare anche chi era lontano.

Poi arrivò la Repubblica e tutto, anche se per poco, tornò alla normalità.

Il 25 settembre 1931 verrà ricordata come la giornata del ritorno alle origini: il capo della resistenza catalana, Francisco Maciá, si recó al campo dello Jupiter e ‘restituì’ lo stemma ed i colori sociali alla squadra. Si tornó così ad onorare la bandiera catalana.

Ma come abbiamo detto, il tutto duró poco, molto poco.

Il 19 luglio 1936 i venti della guerra civile tornarono a casa per bussare con più violenza.

Dalle parole del nostro amico Julio Nacarino ecco quello che voleva dire essere un tifoso dello Jupiter ai tempi

“I nostri vecchi si ricordano molto bene di quel giorno. La moltitudine si diresse al campo, erano tutti presenti, inclusi alcuni giocatori. Faceva caldo e il terreno da gioco nereggiava di uomini. Le armi scarseggiavano , però all’improvviso si cominciò a cantare. Era una vecchia melodia già cantata durante la rivolta delle Asturie. ‘A Las Barricadas’, alla fine , gli operai presero i fucili e si allinearono ordinatamente nello spazio compreso tra le due porte. Fu da lì , dal campo dello Jupiter , da dove uscirono per fare la rivoluzione”.

Se ne andarono su due camion, direttamente parcheggiati sul campo da gioco. Gli operai e gli anarchici montarono sul tetto del camion una mitragliatrice Hotchkiss e guidarono incontro al loro destino.

Via verso il centro della città contro i soldati, quei soldati che simboleggiavano il potere nero, oscuro, meschino del fascismo.

Molti dei ragazzi, degli anarchici, abitavano vicino tra loro e nelle vicinanze dello stadio: Durruti, Ascaso, Ortiz, Garcia Oliver, Ricardo Sanz etc..

Per molti di loro si aprirono le porte del carcere, altri fuorno più ‘fortunati’ e risucirono a scapoarre, praticamente obbligati, in un esilio di più di quarant’anni.

Molti, la maggior parte, invece, furono giustiziati davanti ai plotoni franchisti o uccisi con ‘el vil garrote’. 

Franco arrivó al potere e per lo Jupiter fu l’inizio della fine. 

Il regime volle sdradicare la squadra dalle sue origini, toglierla dalla sua terra, da quella che per la compagine catalana ha sempre significato ‘vita’.

La squadra fu ‘esiliata’ a nord, proprio l’opposto cittadino di dove era nata.

Per arrivarci, ad oggi, è semplice, ma a quei tempi dovevi quasi fimare un patto col diavolo.

Oggi alla squadra non rimane che una bacheca che fa gonfiare il petto e messa lì per ricordare quella che fu questa squadra per Barcellona e per la Spagna intera: una bacheca piena di medaglie e trofei, come quel titolo spagnolo dell’era dilettantistica del 1925 che ha donato per sempre lo Jupiter all’immortalità.

Ora i ragazzini c’è difendono questi colori sgambettano e sudano sui campetti regionali.

Ma un giorno chi sá…

Chiunque ha conosciuto il paradiso e poi l’inferno non può che riprovarci. 

Alla fine chi si chiamava Jupiter, cioè Giove, non può che puntare al posto che gli spetta.

Quello tra le stelle.

L’uomo che viveva gli attimi degli altri..


Ora io non so di preciso come si chiamino quei momenti che esistono tra un secondo e l’altro, ma sono quasi convinto che sia lì, in quegli istanti interminabili, tra un respiro e l’altro, che si nasconde l’immortalità.

Ci sono calciatori capaci di coglierla, quell’immortalità lá, quella leggenda lí, e quelli sono gli uomini straordinari.

I superuomini, come piaceva chiamarli a Nietzsche.

Quasi non umani. Nati sulla terra ma arrivati da chissà dove.

Loro la notte non guardano le stelle. Loro sono stelle.

Sono scintille impazzite che ambiscono a startene lassù.

Di fianco alla luna, dove vivono i sogni.

Sì perché è proprio in quel momento lá, dove tutti noi vediamo solo una pausa tra un secondo e l’altro, che loro vedono oltre.

Vedo o uno spazio in cui infilarsi mentre gli altri dormono. Pensano. Sognano e sperano.

Loro, i superuomini, sanno che per sognare c’è tempo. Che per sperare c’è tutta una vita.

Loro non sognano. Loro sono sogni.

Agiscono in quel frammento di tempo in cui gli altri battono gli occhi.

È come se fermassero il tempo. Lo dilatassero e comprimessero a loro piacimento.

Secondo le loro esigenze.

Ruud Van Nisterlrooy non giocava a calcio, ma vive tra quegli attimi come un intruso. Come un barbone che rovista tra le immondizie della vita.

Sembrava assente. Spaesato. Quasi altrove.

Ma non era così.

Lui aspettava quell’istante tra un secondo e l’altro dove gli altri non vivono.

Che gli altri non colgono in mezzo a quel delirio che è, ma sopratutto era, Old Trafford

Se ancora oggi vi capita di passare da Manchester i giorni di pioggia, e tendete un orecchio verso la Stretford End, potete capire che lui, in realtà è ancora lá.

Con le braccia aperte che corre verso quella folla. Verso quell’urlo che risuonava per tutta Manchester e che diceva ‘Ruud. Ruud. Ruud’.

Se ancora oggi ci capitalassare da Manchester i giorni grigi, loro sanno ancora lá. Ad aspettarvi.

Ruud, Wayne, Cristiano. 

Non messi in quest’ordine in maniera causale.

“C’era una volta a Manchester”, potrebbe dirvi qualcuno, “un uomo che viveva gli attimi degli altri. Momenti che altre persone non volevano o non potevano capire. Carpire. Scovare’.

Un attaccante che non esiste più, non fatevi fregare o abbindolare da chi dice che oggi ne esistono di più forti.

Tutte cazzate.

Non tanto per quei gol in aria, come sospeso mentre Old Trafford guardava incantato cose che fino a poco prima credeva impossibili, e da Old Trafford c’è passata gente come Best e Cantona, ma per la poesia che sprigionava il vederlo giocare, come se il poeta non fosse lui, ma colui che lo guardava. Contro le porte di notti che non torneranno più.

Abissi di solitudine nel pensare a momenti così, che sono volati per sempre. Chissà dove. Chissà poi perché.

Sarebbe stato bello chiedere a uno come Ruud “Allora, per quanto tempo rimani con noi, qua, ad estasiarci. Prepariamo il caffè oppure prepariamo la nostra vita?”

Erano tempi magici. Calciatori magici che non riempivano vuoti, ma accendevano fuochi.

Accendevano cuori. Accendevano semplicemente noi.

E ancora, nelle notti di inverno, lá a Manchester, nonostante il silenzio, quell’urlo rimbomba per tutta la Greater più di una canzone degli Smiths o la voce dei Gallagher, e recita ancora ‘Ruud. Ruud. Ruud’.

Il 9 che viveva indossando il 10.

Che correva alla bandierina come Gabriel Omar Batistuta.

L’uomo che non credeva nelle poesie ma nei poeti.

Che viveva attimo altrui. Costruiti per altri che invece non vedevano.

Che viveva quegli istanti tra un secondo e l’altro che nessuno coglieva.

L’uomo che non credeva nelle stelle, ma nelle scintile che stelle possano diventare.