L’amore non è uguale per tutti..

Non c’è un cazzo a Croxteth fatta eccezione per tanta delinquenza.

Tanti cappucci e parecchi coltelli.

Non troverete un solo tour operatori che vi consiglierá un bel viaggio a Croxteth.

Una passeggiata. Una visitina veloce. Anche di sfuggita.

No. 

Niente.

Niente di niente.

Anzi. Vi diranno di starci alla larga. Di non guardare neanche i cartelli stradali con su scritto Croxteth.

Poco raccomandabile. Poco attraente.

Anche la noia si annoia a Croxteth. 

Anche le palle si rompono le palle a Croxteth.

A meno che..

Beh, almeno che voi non siate ‘gli altri’. Non cerchiate pochi trofei ma tanta passione.

A meno che non siate in pellegrinaggio per un Dio pagano che di Divino non ha mai avuto un bel niente.

A meno che non siate i vicini rumorosi. Quelli che Bull Shankly non avrebbe mai osato guardare se solo avessero giocato nel proprio cortile, chiudendo le tende manco fosse Ned Flanders che spia Homer Simpson nudo, ubriaco e senza sensi collassato in giardino. 

C’è un solo cartello veramente importante a Croxteth, e giace ad Armill Road davanti ad un grosso giardino.

Sul cartello c’è scritto ‘Ogni gioco con la palla è severamente vietato’ e quella casa che sorge davanti proprio quella scritta, era quella che fu di Wayne Mark Rooney.

Già, proprio lui.

Quasi uno scherzo della sorte. Vietare il calcio dove il calcio viveva.

Dove un ‘tofees’ sognava un giorno di spaccare per sempre il culo al Liverpool fino alla notte dei tempi.

Dove un bambino di soli undici anni non dormiva la notte sapendo di essere la mascotte della propria squadra il giorno dopo nel derby del Merseyside del 1996.

Non si può vietare il calcio dove un ragazzo di sedici anni e 360 giorni si prestava di lì a poco a interrompere il record di 30 partite senza sconfitte dell’Arsenal degli invincibili battendo

Sua Maestà David Seaman con il telecronista impazzito che urla ‘Wayne Rooney, remember the name’!

Come si può vietare il romanticismo di un sogno, di un gol sotto la pioggia a colui che ben presto partirá per Manchester per vincere tutto e anche oltre.

Ma che mai, mai lascerà che quei colori se ne vadano da quel cuore.

Da quelle vene. 

Il cuore rosso all’esterno, blu nei battiti.

Avete presente Jimmy Grimble, il bambino che rifiuta lo United pur di giocare nel ‘suo’ City?

Ecco, Wayne ha fatto uguale, assomigliandoli pure, decidendo di tornare a Everton, a Goodison Park nonostante contratti più invitanti.

Posti più esotici.

Spiagge più bianche e squadre più famose.

Il primo amore non si scorda mai, si dice.

Non so se sia vero.

Ma Wayne forse lo sai.

Lui si che lo sa.

L’ha sempre saputo.

Ecco perché se ancora oggi andate a Croxteth, davanti quella casa di Armill Road, dove tutto questo amore nacque il 24 ottobre di 32 anni fa, attaccati alla finestre di quella che fu camera sua ci sono anche i poster dell’Everton.

Nonostante Wayne abbia girato il mondo vincendo tutto vestito di rosso.

Quel rosso che in fondo, anche se con una stemma ben diverso, ha sempre odiato.

Ecco perché quando Alex Ferguson disse ‘Il mio mandato su questo terra è far scendere quello de Liverpool dal loro fottuto piedistallo’ trovò in Rooney un allenato preziosissimo.

Tutto pur di vederli perdere.

Chi pensa a Liverpool pensa al Liverpool.

Alla Kop.

A Gerrard. Dudek e Anfield Road.

Chi dice Liverpool dice cinque Coppe dei Campioni e diciotto campionati, anche se l’ultimo nel lontano 1990.

Chi pensa a Liverpool pensa rosso.

A meno che voi non siate Wayne Mark Rooney.

Li allora penserete che il Liverpool (1892) è nato ben quattordici anni dopo’Everton (1878) e che all’inizio della propria storia non si chiamava Liverpool Football Club ma ‘Everton FC and Athletic Ground plc,’.

Se foste Wayne Rooney sapreste che l’Everton dal 1884 al 1892, prima che nascessero i ‘Reds’ giocava a Anfield e che la prima partita di quel tempio sacro fu Everton-Earlstown 5-0.

Se solo foste Wayne Rooney sapreste che il cuore comanda i sentimenti, che l’infanzia è più importante dei soldi e dell’America.

Solo se ti chiami Wayne Mark Rooney, il bambino che dopo tredici anni ha deciso di tornare a casa, sdraiarsi di nuovo su quel letto sporco e infeltrito a sognare ancora una volta, solo una volta, di indossare la maglia di quell’amore per pochi, non per tutti, senza seguite una moda particolare, senza avere ‘You’ll Never Walk Alone’ ogni giorno a Goodison, che se ne fotte il cazzo dei trofei di quelli lá, che non vince il campionato (nove in tutto) dal 1987 e che si chiama non ‘l’altra squadra’, non ‘i perdenti’, i ‘diversi’, ma solo e soltanto Everton Football Club 1878.

La squadra più Pop di sempre..


Cosa può esserci di più pop e nostalgico degli anni ’90?

Niente, sembrerebbe almeno all’apparenza.

A meno che non si tratti di un appendice di quelli anni che si è protratta anche nel nuovo millennio, così restia a tagliare il cordone ombelicale con quegli anni fantastici.

Meravigliosi esattamente come il loro calcio ormai, possiamo ammetterlo senza problemi, unico ed irripetibile. 

Andato. Finito. Chissà dove. Chissà perché.

Eppure se soltanto aveste passeggiato per le strade di Londra le mattine di sole invernale una quindicina scarsa di anni fa, e se solamente la vostra immaginazione fosse stata ai tempi sufficientemente creativa, avreste potuto vederli giocare a calcio per le vie movimentate di Soho oppure quelle colorate di Camden Town. Con le giacche a terra al posto dei pal o dei cartelloni con su scritto Champions League,i lá nella regale a Notting Hill oppure tra i fumi della Brick Lane, la famosa ‘Bangla Town’, tutti impeccabilmente vestiti da perfetti londinesi: chi con la camicia a quadri grandi, chi col giaccone lungo, chi altro ancora con un maglione blu della Stone Island e jeans a sigaretta, tutti rigorosamente in scarpe bianche e ovviamente, senza alcun dubbio, senza alcun tipo di patetico risvoltino. 

La gente si sarebbe fermata a guardargli, incantati, così meravigliosamente anni ’90 anche se gli anni ’90 non erano più.

Così fantasticamente ‘pop’ nella loro semplicità, nella loro ingenuità di non sapere d’esserlo.

I bambini non sarebbero più voluti tornare a casa, mentre i padri sarebbero tornati indietro nel tempo, ricordando quando erano loro lá sulla strada, nei parchi londinesi, a sudare, correre e sognare le verdi zolle di Stamford Bridge.

Sì perché il Chelsea di inizi anni 2000 ha avuto calciatori e storie irripetibili.

Ancora oggi, dopo quasi due decadi ormai trascorse, chi pensa al Chelsea non pensa ad Hazard, Diego Costa oppure David Luiz.

No.

Pensa a Joe Cole.

Pensa a Diedier Drogba, Arjen Robben.

Pensa a Frankie Lampard, il miglior marcatore nella storia dei ‘blues’.

Pensa a John Terry, capitano di mille mogli e battaglie.

Pensa al talento incompreso e cristallino di Mateja Kežman.

Alle due ali bionde che più bionde non si son mai più viste: Jesper Grønkjær e Damien Duff.

Pensa all’uomo venuto dal nord. L’estremo nord, Eiður Guðjohnsen. L’islandese volante.

Una specie di Dio del Valhalla in versione moderna.

Pensa a Ricardo Carvalho.

A quella freccia d’ebano che era Babayaro.

Al muro nero, William Gallas.

Chi pensa ancora oggi al Chelsea non pensa ad Antonio Conte o Roberto Di Matteo.

Pensa a Claudio Ranieri ed un giovane e sbarbato Josè Mourinho.

Chi pensa al Chelsea non pensa all’angelico Thibaut Courtois. Pensa all’immortale, nel vero senso della parola dopo quel maledetto 15 novembre del 2006 contro il Readinn, Petr Cech.

La muraglia ceca.

Ancora oggi nessuno pensa a Nemanja Matic o N’Golo Kantè.

Ma a Claude Makélélé e Michael Essien.

Pensa a Salomon Kalou e Lassana Diarra.

A Paulo Ferreira. A Shaun Wright-Phillips. A Geremi, Robert Huth è l’eterna riserva Carlo Cudicini.

Pensa a Maniche e Hernán Crespo.

Una squadra formabile. Assemblata in maniera perfetta è così restia a distaccarsi da quelli anni in cui, veramente, doveva vivere.

Se ancora passate per le strade di Londra le fredde mattine di una domenica di dicembre, potrete ancora vederli lá, improvvisare una partitella nella centralissima Coven Garden oppure nella più distaccata ma pur sempre caotica Blackstock Road di Finsbury.

Loro sono ancora ed esattamente lá.

Come una quindicina di anni fa.

Quando il Chelsea era il Chelsea e dove il giovane Abramovic viveva solo e soltanto a cazzo duro, fregandosene delle delusioni, dei mal di pancia e di quella merda di Fair Play Finanziario.

A lui bastavano loro. 

I suoi uomini. 

La sua gente. 

Le canzoni di Snoop Dogg e i suoi ragazzi vestiti dalla Umbro.

Quegli anni fantastici.

Quando Petr salvava l’impossibile, John era combattuto se salvare su Henry o farsi la moglie di Bridge, Frank la lanciava a Didier e Didier, con accanto a Arjen, Mateja e Eidur ad ammirarlo, la metteva dentro come sempre lui, solo lui, meravigliosamente lui, sapeva fare in quegli anni, in quella decade sbagliata e giusto un po’ ritardataria, dove tutto, ogni cosa e oltre, era ahimè, già pop, Chelsea e nostalgia.

Dio benedica il maledetto United..


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Dio benedica il maledetto United..
Fatevi un favore.

Fatelo a voi stessi, se potete.

Ecco, non andate a Leeds i giorni di pioggia.

Per carità. Non fatelo. Sia mai.

Sopratutto se siete buoni di spirito e il vostro cuore è candido. Pulito. Immacolato.

Non andate a Leeds i giorni di pioggia

Fatelo per voi. Per la vostra anima. 

Per quel poco di sano che vi rimane ancora dentro in questo mondo impazzito.

Per quella scheggia di umanità che ancora vaga dentro di voi e che questo tempo non è riuscito per adesso a togliervi dalle vene.

Sì perché il fango a Leeds i giorni di pioggia è più sporco di qualunque altro fango sulla terra.

In qualunque altro posto del pianeta.

Nessuno, in un’altra città, in nessun altro luogo su questa schifosa terra sarà mai sporco come è sporco un adolescente di Leeds i giorni di pioggia.

Brutta bestia Leeds se non si ha un buon filo spinato a proteggere il proprio cuore.

Se non si dota lo stomaco di un tirapugni pieno di spunzoni pronto a colpire per difendere l’onore.

Se non si è veramente figli di puttana dentro.

Brutta bestia Leeds i giorni in cui piove.

Lo diceva sempre Brian Clough.

E come dargli torto?

Don Revie e i suoi ragazzi ci sguazzavano nel fango di Leeds i giorni di pioggia.

Maledetti bastardi figli di chissà quale rapporto tra cani vagabondi.

Era l’estate del 2000, al sorgere di questo nuovo millennio, avevo da poco compiuto quattordici anni e mentre sul calar della sera io ed un mio amico stavamo lá, a contemplare il mare tra il vento che, dopo chilometri e chilometri, aveva deciso di baciare proprio i nostri di capelli, un vecchio signore si avvicinò.

Guardava anche lui il mare, e dopo secondi che a noi sembrarono anni, senza distogliere lo sguardo dalle onde ci disse ‘Neanche sapete la fortuna che avete. Nessuno è più ricco di voi. Ora, in questo momento. Non sperperatela. Non fatelo. Non permettete mai a nessuno di farlo’.

Poi se ne andò. Non l’avrei mai più rivisto.

Parlava con molta probabilità della giovinezza. Della fortuna che uno ha quando ha quattordici anni. Di quell’immensa fortuna che mai più tornerà.

Pensai allora che se a questo mondo siamo condannati all’Inferno, per via dei peccati e cazzate varie, allora è meglio entrarci dalla porta principale.

Nella vita reale così come nel calcio.

Ed ecco che proprio in quel periodo si stava affacciando sul palcoscenico calcistico una manica di avanzi di galera e tagliagole che usavano il calcio più come una copertura che per farne il loro vero mestiere.

Ecco che il mondo di lì a poco stava per riscoprire dove veramente fosse Leeds.

Di lì a poco tutti noi avremmo amato quello che tutti, o quasi, in Inghilterra invece odiano con tutto il loro cuore.

Come una trentina d’anni prima, quando alcuni signori molto poco inglesi nel loro aplomb come William John ‘Billy’ Bremner, Norman Hunter, Terry Cooper, quel bastardo irlandese di Jonnhy Giles o maledetti scozzesi come Bobby Collins e Eddie Gray.

Dei fabbri travestiti da calciatori.

Gente che sarebbe morta per la maglia, per il proprio condottiero e guida spirituale Donald Revie.

E rieccoci adesso, anni dopo, reincarnati in nuovi idoli. 

Nuovi eroi.

Quelli eroi che Leeds ama sopratutto i giorni di pioggia.

Fregandosene il cazzo di apparire simpatica a chi non è di Leeds.

Di chi Leeds la odia ogni giorno sempre più e magari vorrebbe avvicinarcisi i giorni di bisogno.

I giorni europei nascondendosi dietro quell’untile demagogia che vorrebbe farci credere che in Europa si debba tifare la squadra della propria nazione. Magari la stessa che si vorrebbe veder bruciare per tutto il resto dell’anno.

Quante cazzate. 

Leeds se ne frega e ama i suoi idoli.

Stavolta provenienti da molto più lontano che della vicina Manchester, Scozia o Repubblica Irlandese.

Come dimenticare..

Come dimenticare quei fantastici anni 2000 fatti solo di adrenalina e poesia.

Di cazzo duro e musica immortale sparata per le stellate notti estive a tutto volume.

Fatti di Festivalbar e idoli calcistici.

È storia.

È la nostra vita.

È un pezzo indimenticabile che mai più tornerà.

Mark Viduka e Harry Kewell, due cazzo di fenomeni, che dopo aver dribblato e superato canguri australiani in gioventù, hanno deciso di mettersi l’Inghilterra ai loro piedi.

Uno, Mark, una prima punta di peso, vecchio stampo. Di quelli che fanno reparto a sè, che da soli spostano un’intera difesa. Che quando puntano la porta fanno paura. Tanta paura.

Segna un gol ad Old Trafford, su cross di Danny Mills allungato da Lee Bowyer, in cui sembra sospeso per aria per secondi interminabili.

Potenza pura racchiusa in un involucro fatto di organi e pelle.

Nervi e voglia matta di segnare.

Di una rabbia agonistica unica.

L’altro, Harry, un gioiello purissimo proveniente direttamente da qualche miniera del Queensland.

Harry ‘The Jewel’.

Una classe cristallina. Un poeta d’oltreoceano. Un danzatore in tacchetti da sei.

Insieme a Alan Smith, aaaaah, Alan Smith, ma vi ricordate quanto cazzo era forte Alan Smith?, l’unica goccia di talento in un mare di picchiatori.

Di pregiudicati salvati dalla galera, il cui capo banda era senza ombra di dubbio Lee Bowyer, uno che in un paio di vite precedenti deve essere stato sicuramente il braccio destro di Long John Silver. Che razza di criminale. Fosse stato inventato da Irvine Welsh sarebbe andato in campo con le punte degli scarpini in acciaio e i tacchetti limati con l’affilacoltelli.

Uno che nell’aprile del 2005, ai tempi del Newcastle, ha iniziato una memorabile rissa in campo con il proprio compagno di squadra Kierom Dyer, così assurda e violenta che se non fossero intervenuti avversari e compagni di squadra, tra i quali Alan Shearer, con molta probabilità sarebbero ancora lá, a St. James Park a picchiarsi e darsele di santissima ragione.

Giorni dopo Bowyer dovette addirittura presentarsi davanti alla polizia per scusarsi.

Di quel gol di testa al Milan, su papera colossale di Dida, a Leeds ne parlano ancora. Ogni giorno.

Poi Ian Harte, il Beckham mancino. Un terzino che calciava come un Dio. Ogni punizione era un dipinto. Per sicurezza, chiedere a Barthez.

Poi gli altri indimenticabili: Nigel Martyn, Gary Kelly, Olivier Dacourt, Lucas Radebe, Jonathan Woodgate, Robbie Keane, Eirik Bakke, David Batty.

Una giovane roccia d’ebano di nome Rio Ferdinand. Semplicemente insuperabile.

Insormontabile.

Invalicabile come neanche il cancello di Buckingham Palace.

Come il bagno di Elisabetta quando la mattina si pulisce il culo.

Ma sopratutto Alan Smith. Mio Dio Alan Smith. Destro. Sinistro. Corsa. Genio e sregolatezza.

Che squadra di uomini cazzuti. Di gente che sarebbe morta per quella maglia.

Per quello stemma. Per quella bianca maglia che tanto tempo fa, altri eroi, altri uomini dalle palle quadrate, difesero prima di loro.

Dimenticare sarebbe un po’ come essere colpevoli di un delitto.

Di lesa maestà.

Esistono altre cose oltre il lavoro, sapete? Una di queste sono le emozioni.

I sentimenti.

Drogarsi fino al collasso di attimi irripetibili.

Ecco perché non è consigliabile andare a Leeds i giorni di pioggia.

Per rispetto.

Per non piangere.

Devozione.

Semplice venerazione per eroi passati, presenti e futuri.

Per il cielo che ogni giorno piange alla memoria di Don Revie, Billy Bremner.

Per Rio Ferninand. 

Per Yeboah.

Per tutti i peccati del mondo che in quel periodo si concentravano solo e soltanto a Leeds.

Per il sinistro di Harry Kewell. Per le sue scorribande tra le verdi praterie inglesi, creando da solo lo stesso scompiglio creato da un gruppo di hooligans strafatti di birra.

Le sue poesie.

Per Mark Viduka e quella sua potenza che un caldo e dolce vento australiano ha trasportato fino nel cuore della lontana e gelida Inghilterra.

Non per salvare la Regina, per carità, quella ci pensa già da sola.

Ma per quei nostalgici romantici che ancora oggi, a distanza di quasi vent’anni, grazie alle gesta di quei meravigliosi ragazzi, ogni tanto vanno a vedere cosa combinano i ribelli terribili di Elland Road.

Per regalare ad una città ed al suo grigio cielo, ad un popolo, ad una squadra gloriosa e decaduta, emozioni di semifinali europee dimenticate che solo il fango può avvolgere. Coccolare. Elevare.

Che solo la pioggia può capire, solo e soltanto quando, passando di lá a salutare quei ragazzi, decide di cadere sopra la bella e malinconica Leeds..

Ma almeno c’era Ronaldinho..

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Ma almeno c’era Ronaldinho..
Adesso è tutto meraviglioso. Ho una ragazza che mi ama, un figlio che tra non molto arriverà.

Ricordo ancora quando rovistavo tra le immondizie della vita, e vagavo senza meta ne cercar qualcosa che, a dire la verità, neanche sapevo cosa fosse di preciso.

C’era solo il calcio con me.

Tolti alcuni amici, non c’era che lui.

Anche gli 8 marzo adesso sono diversi.

Adesso la mia unica preoccupazione è fare gli auguri alla donna della mia vita.

Anni fa, invece, era diverso.

Ricordo un anno in particolare, in cui non feci gli auguri a nessuna ragazza. A nessuna donna, e ancora adesso, ad essere sincero, me ne vergogno.

Era il 2005, e quella sera noi tutti avevamo un appuntamento con la storia.

Il luogo prescelto era Londra per la precisione, anche se il 99,9% di noi son sicuro non si sia comunque mosso dalla propria città.

Io ero al Bar sotto casa, eppure mi sembrò di essere insieme a tutti voi.

Le ragazze per una sera potevano aspettare. 

Ne è pieno il mondo, e i treni della vita praticamente ci passano avanti ogni giorno.

Stanford Bridge.

38esimo minuto di una sera qualunque che qualunque sta per smettere di esserlo.

Che nessuno scorderà.

Terry allontana la palla di testa dal limite della propria area.

Questa capita sui piedi di un giovane ragazzo di Albacete che di lì a poco tutti chiameranno ‘l’illusionista’, e che sarà colui che in una calda notte del 2010, a migliaia e migliaia di chilometri da casa, tra le zanzare e le vuvuzela del Sud Africa, cambierà per sempre il destino della propria nazione.

Quel ragazzo si chiama Andrès Iniesta, ma molti negli anni a seguire preferiranno chiamarlo ‘Don Andrès’.

Avanza, un avversato alle sue spalle ed uno davanti a lui stanno per chiuderlo, così con l’esterno destro passa la palla al compagno appena accanto.

Tecnicamente quel bambino mai cresciuto fino in fondo nell’animo e nel suo divertirsi con una palla tra i piedi che riceve palla, all’anagrafe di Porto Alegre farebbe Ronaldo de Assis Moreira, ma non lo sentirete mai chiamare cosi. 

Neanche da sua madre.

Neanche nelle favela.

Per tutti noi, la sua generazione, quelli del ‘Joga Bonito’, dei sognatori, anche se avevamo i piedi più simili a dei ferri da stiro Roventa che a degli arti inferiori funzionali dediti al gioco del calcio, sarà per sempre e solo Ronaldinho.

Si dice che non sia stato il più forte di sempre, eppure nessuno è stato più forte di lui. 

Migliore di lui.

Nessuno è stato come lui.

Dinho è la prova palese che anche le scintille possono ambire a diventare stelle.

E col talento, possono riuscirci.

Ronaldo e Ronaldinho sono stati per anni per noi delle specie di supereroi venuti da un pianeta lontano.

Ma stavolta non c’entrano i Sayan, le navicelle spaziali oppure Namek.

Neanche a Namek ci sono due così.

I veri Goku e Vegeta della vita reale.

Come quella sera, quando non fu il mondo a muoversi, ma il Dinho a ballargli intorno.

Ronaldinho danza. Fluttua. Sembra fermare il tempo. Dilatarlo fino all’impossibile.

All’inimmaginabile. Lui riesce a farti credere di vivere una sua giocata per mesi, quando invece si tratta di pochi istanti.

Rende un secondo eterno. Sembrava che stia ballando per ore, quando invece è una frazione di attimo interminabile. Si poteva addirittura sentire la gente respirare in tutta Londra.

Una calamita per gli occhi.  

Ricardo Carvalho lo guarda, in estasi così come a Međugorje devono aver ammirato la Madonna quando decise di apparire.

E quando meno te lo aspetti, quando sei lì che credi che quell’istante non finirà mai, tiro di punta nell’angolo basso con tanto di bacio a Cech.

E chi l’ha mai vista una roba così?

Avrei attraversato lo stretto di Gibilterra e poi quello della manica a nuoto, avrei risalito il Tamigi a rana, solo per portargli una rosa.

Solo per dirgli grazie.

Quante caviglie di ragazzi intenti ad imitarlo ha sulla coscienza quel sorridente ragazzo di Porto Alegre.

Dinho ha solo e sempre un’espressione. Quella della felicità, che lui provava nel giocare e che noi avevamo dentro nel guardarlo.

Zitti. Fermi. In religioso silenzio.

Amen.

Devoti al culto del ragazzo con le Total 90.

Cosa sarebbe stato Winning Eleven con Ronnie, Roberto Larcos e lui?

Non era solo calcio. Non poteva esserlo.

Non aveva atei il buon Ronaldinho.

E poco importa se poteva allenarsi di più in realtà, se con una forma fisica migliore avrebbe potuto regalare ancora gioie per anni.

Con quel gesto pollice-mignolo al cielo per sempre.

Lui segnerà ancora e ancora dopo quel giorno. Gol incredibili.

Rovesciate con entrambe i piedi.

Giocate senza nessun apparente senso logico.

Come prima di quella sera.

Ti chiedi come sia possibile tutto quello che stai vedendo.

Farà alzare in piedi ad applaudirlo pure l’odiato Bernabeu, segno di una supremazia che va oltre lo spiegabile.

Non ci sono colori nè bandiere di fronte a lui.

Solo lui.

Il Gaùcho é stato il più grande nemico della fisica moderna, dei professori con le loro pompose formule matematiche che sembrano inscalfibili.

Almeno fino a al momento in cui lui non partiva palla al piede.

Per disegnare traiettorie imprevedibili.

Poesia in movimento.

Brividi di freddo anche nelle notti d’estate.

Sergio Ramos per esempio, quel fantastico centrale difensivo già entrato di diritto nella storia del Real Madrid, l’uomo dell’ultimo istante quell’assurda portoghese contro l’Atletico, in quel derby storico, in tutta veritá ha avuto la grande fortuna di aver affrontato poche volte in carriera Ronaldinho, perché quelle poche volte dal confronto ne è uscito sempre devastato, umiliato, quasi ‘abusato calcisticamente’. Ha preso più tunnel in quelle sere il buon Sergio che l’intera catena delle Alpi con le sue autostrade.

Fortuna sua che quel vero è proprio incubo non è durato poi così molto, altrimenti con molta probabilità già da anni si sarebbe buttato con anima e cuore nel badminton.

Nella vita solo tre cose sono sicure: le tasse, la morte, e che non nascerà più uno simile a lui.

Che quelle giocate, quei tunnel con il sole sulla faccia, non torneranno più.

Non le rivedremo mai più fare a nessuno.

Non avranno più padroni.

Non ci saranno più quei sorrisi, quelle bocche spalancate.

Nessuno prima e tantomeno nessuno dopo.

Come te nessuno mai, figlio degli Dei.

Non c’erano estati senza Dinho.

Non esisteva l’impossibile.

Unico come il suo calcio.

Quel tempo meraviglioso, in cui non avevamo niente, in cui la vita non si era ancora manifestata in tutti i suoi cambiamenti che l’età adulta porta e che sembravano così impossibili all’epoca, in cui andava tutto bene e tutto male nel giro di un minuto, in cui vagavamo in cerca di chissà cosa, forse di una felicità che sembrava così lontana, in cui non avevamo alcuna risposta certa, ma almeno, in compenso, e per fortuna, c’era Ronaldinho.
#maalmenoceraRonaldinho

L’assassino di Lione..


Città di Recife, Stato di Pernambuco, Brasile del nordest.

Una città fantastica, molto antica per gli standard sudamericani.

Pensate che era il 1537 quando ai tempi quel villaggio che era solo il porto di una città ancor più antica, Olinda, è che adesso invece semplice porto non è più, ma anzi, è una metropoli da minimo due milioni di abitanti, vedeva la luce.

È il 7 febbraio del 1987, Barrio di Boa Vista, zona centrale di Recife, ed un ragazzino che ha appena compiuto 13 anni giusto otto giorni prima, tira punizioni perfette sulla facciata del suo condomino signorile, che sorge in una strada esattamente equidistante da due degli stadi più importanti della città: l”Ilha do Retiro’, la casa dello Sport Recife, che da quelle parti chiamano ‘Isporti’, a sinistra, e l”Estádio dos Aflitos’, ‘lo stadio degli afflitti’, lo stadio del Clube Náutico Capibaribe, a destra.

Antônio Augusto Ribeiro Reis Júnior tira sempre più forte quelle punizioni perfette che si insaccano all’incrocio nella propria immaginazione da bambino, contro il muro bianco della sua casa per non sentire le urla.

Le grida. I momenti di gioia degli altri.

Sempre e solo degli altri.

Ha solo 13 anni, ma sta per vivere la sua prima, vera, enorme delusione calcistica.

Tira forte, fortissimo Antonio, nel tentativo che quel tonfo sordo del pallone contro i mattoni riesca a sovrastare le grida che arrivano dalla sua sinistra.

Sono grida di gioia. Di estasi.

Grida che fino a quel momento non aveva mai sentito e che non aveva mai urlato.

È il 91′ di Sport-Guaranì, ed il gol al diciannovesimo minuto di testa di Marco Antônio sta regalando il primo ed unico campionato nazionale ad una squadra del Pernambuco. Il primo titolo assoluto nella storia del calcio verde oro, in uno dei Brasilerao più controversi, rocamboleschi e discussi di sempre.

Tifa Nautico il piccolo Antonio, seguendo così una specie di tradizione familiare, nella quale il padre è un militante convinto della Torcida del ‘Campeão de Terra e Mar’, così come viene appunto

chiamato i Nautico a Recife, ed il suo piccolo cuore da sognatore non può sopportare tanto dolore sportivo. Non può accettare che lo Sport sta per salire sul tetto più alto del Brasile, dove molto probabilmente il Nautico non sederà mai.

Tira forte Antonio e cerca di non pensare. Cerca di credere che quello sia un giorno come tutti gli altri.

Un brutto incubo dal quale presto si sveglierà.

Ma non è così.

Stavolta non si decide il semplice e ormai banale Campionato Pernambucano, dove a vincere è sempre stata una squadra di Recife e dal 1945 a vincerlo sono sempre e comunque state le tre principali squadre della capitale. In totale 40 allo Sport, 21 al Nautico, 29 al Santa Cruz.

Su 103 edizioni, 90 sono andate a queste tre.

Tira forte il piccolo Antonio e intanto disegna nel cielo parabole perfette che ben presto gli saranno molto utili.

Ecco Antonio non sa che nel mentre lui sta calciando quel pallone pieno di rabbia e rancore contro quel muro che una volta era bianco e che adesso con tutti quei segni esagonali del suo Tango sporco sembra più una tela contemporanea, proprio in quel momento Jean-Michel Aulas sta comprando una modesta squadra della Ligue 2 francese, l’Olympique Lyonnais, promettendo ai propri tifosi di portarla ben presto alla gloria.

Occorreranno quattordici anni, da quel giorno, perché il Lione possa salire per la prima volta sul tetto più alto di Francia, dove di solito stanziano i Re.

Quattordici anni. Stagione 2001/2002, proprio l’anno in cui un giovane ragazzo brasiliano di Recife, che da bambino tifava Nautico ma che giocherà nello Sport, bruttino in viso ma così dannatamente divino nei piedi, sbarca in Francia per vincere sette campionati di fila.

Antonio non sa chi sia Aulas e Aulas ignora il dramma sportivo di Antonio, ma ben presto avranno modo di conoscersi, diventando uno la salvezza dell’altro.

Ma la vita è strana, e molte volte sceglie per noi scenari che neanche pensiamo minimamente possibili.

Così, un giorno, un osservatore dello Sport passa proprio mentre Antonio sta tirando quei rigori con la barriera, lo guarda estasiato, si avvicina a lui, e se lo porta con sè nella parte cattiva della città.

Era l’estate del 1992. 

Antonio esordirà nella massima serie l’anno dopo.

Con la maglia dell’odiato ‘Leão’ collezionerà 110 presenze e 24 gol, quasi tutti

arrivati da calci di punizioni semplicemente terrificanti.

Lo nota ben presto il Club de Regatas Vasco da Gama, ‘O Gigante da Colina’, uno dei mostri sacri del Brasile, del quale Antonio diventerà ben presto una leggenda 

A Rio de Janeiro rimarrà fino al 2001, vincendo tutto quello che c’era da vincere: due brasilerao, una Coppa Libertadores, un campionato carioca.

Lo soprannomineranno Juninho Pernambucano per distinguerlo da un altro Juninho, Paulista.

Segna dei gol da calcio piazzato che la gente ancora ha tatuati nell’anima,

mentre altri hanno deciso di metterli proprio nero su rosa, disegnandoli sulla propria pelle.

Aulas si accorge di lui e lo porta via con sè, in quella città dove Juninho diventerà eterno.

Quel giovane ragazzo brasiliano sbarca a Lione da semi sconosciuto ma ben presto tutti si accorgeranno di lui.

Tira punizioni assurde. Mai viste prima. Dice di aver studiato da Roberto Carlos, anche se il piede è l’opposto, e fare quel nome a lá a Lione dopo il 3 giugno del 1997, quando proprio lì, in uno Stade de Gerland in fase di rinnovamento, nel famosissimo Torneo di Francia, proprio contro i padroni di casa ai quali Roberto Larcos, per gli amici di Pes, segnò una delle punizioni più incredibili della storia del calcio, della quale ancora oggi parliamo con stupore e attualità, con quella palla, accarezzata dalle sue tre dita mancine, che prima si dirige a destra verso l’autostrada Parigi-Marsiglia, e poi curva all’ultimo, come attratta dalla rete, come fa la calamita con il ferro, baciando il palo alla sinistra di un Fabien Barthez spettatore non pagante, beh ecco, fare un nome del genere, appena sbarcati, lá, a Lione, fa sempre un certo effetto.

Ma Juninho non si dimostra da meno, e ben presto trasformerà ogni fallo a favore in un gol da raccontare.

Ogni posizione è buona.

Ne segna una all’Ajaccio nel 2006 da 41 metri, una al Barcellona l’anno dopo da addirittura 43.l di mete.

Nel 2005 tira una punizione talmente terrificante contro il Real Madrid che questa corre all’assurda velocità di 128 km/h e chi era allo stadio giura che se non ci fosse stata la rete ed il mondo fosse stato rotondo e senza ostacoli, quella palla avrebbe fatto il giro del pianeta per poi colpire nel culo il povero Antonio.

Più che calci piazzati, dei castighi di Dio.

Segno della croce e pregare.

Sperare.

75 gol su punizione in carriera, ovvero il doppio dei gol che un onesto attaccante mette a segno nella propria carriera.

La palla dopo aver toccato il suo piede era come se impazzisse, come se un vento a noi impercettibile la facesse fluttuare nell’aria facendogli cambiare direzione ogni secondo.

Lui le punizione le tirava e le infliggeva agli avversari.

La palla si abbassava all’improvviso come se qualcuno dagli spalti la telecomandasse.

Neanche alla Play Station era ed è possibile una cosa del genere.

I suoi tiri erano l’arma con cui Dio ci ricordava che siamo mortali. 

Neanche nell’Area 51 esistono cose simili.

Fenomeno simili.

Neanche la Nasa ha mai visto tanto.

Sarebbe da studiare uno così senza però intaccarne la magia.

Altro che Harry Potter.

Inspiegabile.

Secoli di formule fisiche e matematiche spazzate via in un attimo da una punizione.

Quasi processabile per eresia uno così.

Troppa la bellezza.

Troppo il mistero.

L’incomprensibile.

Quasi un’esperienza mistica.

Un piede rubato in chissà quale sogno.

Quelle tre dita assassine usate come un’apriscatole per spaccare la partita.

Una musica da percepire con gli occhi, anziché le orecchie.

In dieci anni non c’è stato portiere in Europa che non abbia tremato quando lo vedeva posizionare con cura la palla a terra.

‘Come te nessuno mai’ verrebbe da gridare.

Un giustiziere. Un paladino.

Un assassino di portieri.

Quasi da sedia elettrica per eccesso di vittime.

Un Killer di sogni altrui, mentre i suoi tifosi non smettono di dormire per otto anni di fila.

Ma Juninho non era solo punizioni. Era anche e sopratutto fantasia, corsa, grinta.

Era ed è semplicemente il più forte di sempre sui calci piazzati.

Era unico. 

A lui bastava un tiro per trasformarsi in poesia.

In una leggenda.

Uno dei tanti che non tornerà.

Sì perché uno così, con quel tiro lì, con quella carezza violenta, con quella traiettoria da Winning Eleven tarocco, con quella consapevolezza che si può già esultare ancora prima del tiro stesso, perché niente e nessuno può resistere all’assassino di Recife, ecco uno così, mica rinasce più.

Ho visto un uomo volare..

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Ho visto un uomo volare..
‘I saw a man flying’, ‘Ho visto un uomo volare’ c’è scritto su di un muro dentro un un pub di Glasgow.

Lá, in uno di quei posti dove ‘You’ll Never Walk Alone’ arriva secondo solo a ‘You’ll Never Drink Alone’, giurano di aver visto un uomo volare.

Sono disposti a tutto per provarlo.

E stsvomta il tasso alcolico, almeno stavolta, non c’entra proprio un bel niente.

No.

Non che fossero sobri, per carità, quando questo succede, ma erano abbastanza lucidi, o quasi, da poter raccontare di aver visto un uomo prende il volare.

Sarebbe stato più giusto dire ‘Ho visto un svedese con i rasta, e volava pure’, ma forse sul muro non ci stava, e anche se stavolta non c’entrano i luoghi comuni sui cannoni d’erba o le droghe psicadeliche.

No no.

Glasgow è la città più democratica del mondo.

Sì perché quando arrivate a Glasgow, loro ti fanno scegliere da che parte stare.

La città è divisa perfettamente in due.

Il Celtic da una parte, i Rangers dall’altra.

Sono democratici a Glasgow. Loro ti fan scegliere su quale sponda del fiume Clyde si desiri vivere.

Una volta scelto, però, non si può più tornare indietro.

Non ne sono sicuro, ma penso sia scritto nella Bibbia.

Cattolica o protestante, non ha importanza visto che è la stessa.

E lui, quello che giurano di aver visto volare, è ancora lì se scegliete la parte irlandese della città, a gioire tra loro.

Lui non c’è più, non abita più tra quelle strade, tra queste case, eppure è come se da qua, in realtà, non se n’è mai andato.

Lo potete trovare ancora lá, tra i libri, i racconti dei padri, le foto che tappezzano le camerette dei bambini di Gallowgate che sognano un giorno di poter essere come lui, i viali al tramonto, nei cori dei pub, davanti ai loro banconi con la testa tra le mani e una pinta schiumosa davanti.

Nessuno da queste parti sarà mai come Henrik Larsson, l’uomo dell’Old Firm, come quello del 27 agosto del 2000, che finì 6-2 nel delirio generale del ‘The Paradise’, con un gol di Henke da museo di storia contemporanea: corsa palla al piede, tunnel ad un avversario e colpo sotto al portiere dei Gers con orgasmo collettivo di 60.000 persone.

Il giustiziere del buono che combatte e vince il male.

Quasi da solo, o con fedeli compagni come l’australiano Mark Viduka.

Una delle coppie più romantiche della storia del calcio.

Arrivato nel 1997 da ragazzino con i rasta e tanta voglia di stupire, se ne è andato via nel 2004 con il viso segnato dai gol e la testa rasata dove adesso splendeva una meravigliosa corona.

Quella del Re di Svezia, come lo considerano in patria alla faccia di Ibrahimovic, ringraziandolo ancora per quelle semifinali di USA ’94.

King Henrik, Principe di Glasgow, in contrapposizione al King Eric di Manchester.

Uno degli attaccanti più sottovalutati e meno sponsorizzati della storia.

Eppure sempre puntuale quando il gol gli faceva arrivare un bigliettino come si fa alle elementari con su scritto ‘Ti vuoi mettere con me: Si o No?’.

470 reti in carriera. 

Una statua lungo il lungomare di Helsingborg.

La voglia di tornare a giocare a 44 pur di fare coppia anche solo per pochi minuti col il figlio Jordan.

Quattro campionati scozzesi, due spagnoli con il Barcellona e uno inglese con il Manchester United.

Una valigia di trofei nazionali.

Una coppa campioni, una Scarpa D’oro, miglior marcatore nella storia del calcio scozzese e tanti, tantissimi cuori infranti.

Specialmente lá dove giurano di averlo visto volare a suon di colpi di tacco, pallonetti e colpi di testa sospeso nell’etere.

A Glasgow.

Nel ‘Paradiso’ di Celtic Park.

Dove ancora oggi, se fate veramente attenzione, potete ancora sentire intonare il suo nome.

Le sue gesta.

I suoi gol.

Quelle reti che nessuno mai scorderà.

Quei trofei che a Gallowgate ancora lucidano con la mente. Il pensiero.

Con l’orgoglio che gli altri, uno così non l’hanno mai avuto.

Perché prima della storia, arriva la passione.

Tra la gente che per quella maglia nasce, vive e addirittura muore, o almeno lo farebbe se solo lo stemma degli ‘Hoops’ glielo chiedesse in ginocchio.

Si perché se decidi di impegnare l’unico pomeriggio libero che hai in tutta la settimana, passata a lavorare e bestemmiare. seguendo la tua squadra del cuore, beh, allora quello non può essere che amore.

Forse follia.

La stessa, ogni anno sempre di più.

Dal 1888.

Alcuni li chiama folli, ma forse sono solo dei sognatori.

Specialmente però quando a segnare sotto la Jock Stein Stand, davanti a 13.006 delirante, c’era un ragazzo coi rasta prima e la testa rasata poi, che da queste parti giurano, almeno così dicono, di aver visto volar davvero.

Quel bravo ragazzo..

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Quel bravo ragazzo..
Fin da piccoli ci dicevano di studiare, perché con il calcio non ci sfami una famiglia.

Non ci tiri su un figlio.

Non ci paghi le bollette, ma anzi, sei quasi obbligato a pagare tu per giocare.

Lo dicevale elementari la maestra a Cristiano Ronaldo, figuriamoci se non si poteva permettere di dirlo noi, una debosciata branca di amici scansafatiche.

Come dargli torto.

Forse, anzi senza il forse, avevano ragione.

Crescendo però si capisci alcune cose che da piccolo non riesci a cogliere.

Ad esempio che non hai bisogno di sapere come si coniuga un verbo al trapassato remoto se hai i piedi di Marco Verratti.

Ne puoi fare tranquillamente a meno.

Che puoi tranquillamente sbattertene il cazzo di sapere cosa fosse ‘il Proclama di Moncalieri’ se mentre hai la palla tra i piedi, con la coda dell’occhio vedi correre al tuo fianco Dio travestito da Angel Di Maria, ‘el Fideo’, forse il calciatore più sottovalutato della storia del calcio, per via di quel suo carattere da bravo ragazzo, e tu lo servi con un lancio quasi perfetto aprendogli autostrade che prima non esistevano.

Che non hai bisogno di sapere chi fosse Immanuel Kant se in una fredda notte parigina di metà febbraio, proprio nel giorno di San Valentino, dimostri tutto il tuo amore verso questo sport annientando, annichilendo, surclassando letteralmente uno come Don Andrès Iniesta.

Sua maestà Don Andrès.

Che per carità, magari non sarà più l’lniesta di dieci anni fa, va bene, ma che solo a nominarlo ti fa ancora tremare le gambe.

È pur sempre ‘l’uomo del destino’ del calcio spagnolo. 

Quello che con quel gol all’Olanda regalò semplicemente l’impensabile agli iberici.

Figuriamoci marcarlo. Annientarlo. Sovrastarlo su ogni pallone, in ogni azione anche se sei alto solo 165 centimetri e non sei nato in una cittadina dal nome esotico come potrebbe essere Fuentealbilla, proprio come Andrès, ma a Pescara, tra la sabbia, i pescatori e gli arrosticini.

Se a fine gara aveste fatto attenzione, potevate notare dalla tasca posteriore dei jeans di Marco, indossati una volta dopo la doccia, il viso triste dell’Illusionista iberico.

Ecco allora che i francesi, sempre così prevenuti e scettici nei confronti di noi italiani, si sono visti costretti, si sono dovuti abbassare fino all’umiliazione, rubandoci a noi, gli odiati ‘italiens de merde’, quelli del golden gol di David Trezeguet vero, ma anche quelli del cielo azzurro sopra Berlino, forse il nostro unico ed ultimo vero talento cristallino e puro, per riportare in Francia quel tocco di palla molto più simile alla carezza di una signora in una serata romantica che ad un semplice passaggio, che i nostri cugini non vedevano a casa loro come minimo dai tempi di Zinedine Zidane.

Proprio stronzi questi italiani.

Dopo la Gioconda, Marco.

Sì perché dopo gli addii di Del Piero, Inzaghi, Nesta, Cannavaro, Vieri, con Pirlo emigrato verso lidi lontani, inseguendo quel sogno americano di cui tanti parlano, e con Totti ormai, e sopratutto ahimè, ben più che a mezzo servizio, forse Marco è veramente l’unico fenomeno della sua generazione. L’ultimo fuoriclasse rimasto al nostro paese, anche se nel suo paese, nel campionato più importante d’Italia, la nostra amata Serie A, Marco non ha mai giocato.

È partito a soli 19 anni verso l’esterno dopo aver solcato soltanto i campi diB, per cercare fortuna come milioni di suoi giovani coetanei e connazionali decido di fare, giustamente aggiungerei, ogni anno, ogni mese, ogni giorno.

Fratelli di Marco, più che Fratelli d’Italia.

Ragazzi, che fuggono dall’Italia, con lauree e diplomi, con master e attestati, perché qui costretti a lavorare nei fast-food, o con idee geniali che però senza raccomandazioni non troverebbero sbocchi qua e adesso invece fanno le fortune di aziende tedesche, americane e cinesi, ma che non hanno i suoi piedi, la sua visione di gioco. 

Il suo genio calcistico, ma altre doti.

Purtroppo per loro. 

Per noi.

Per tutti.

Sì perché quello non si impara sui banchi di classe.

Nessuna scuola, neanche quella calcistica, la migliore al mondo, con i migliori insegnanti in circolazione, neanche ad un corso intensivo con Maradona, Ronaldo e Van Basten, potrà mai insegnarti il talento, se non lo hai già dentro.

Può migliorarti, ma non può renderti un fenomeno.

Un fuoriclasse.

Solo che Marco quel giorno d’estate del 2012 non aveva la valigia di cartone come agli inizi del secolo, ma un contratto milionario con una potenza nascente del calcio mondiale, dopo che i club italiani non avevano creduto in lui, ma avevano preferito puntare magari su brasiliani sconosciuti o croati di belle speranze, ma di poca sostanza.

Dopo che Marco fu il faro abbagliante di una squadra fantastica.

La trasposizione della Zemanlandia di Foggia in quella fantastica regione così sfortunata che è l’Abruzzo.

Immobile, Insigne, Verratti.

Così vicini, così già lontani a pensare a quella stagione in cui il Pescara del maestro boemo giocava molto probabilmente il calcio che giocano i bambini nei cortili del Paradiso.

E anche se Marco non parlerà magari un italiano perfetto, anche se Marco sembra perfetto per la trasmissione di Pio e Amedeo, simbolo e icona di quell’italiano medio che all’estero dipingono come un po’ grottesco, confusionario, ma sempre con il sorriso sulla faccia e capace di cavarsela in qualsiasi situazione, Marco se ne sbatte altamente le palle, per usare anche nei loro confronti di uno stereotipo, di questi ‘mangia ranocchie’, perché i suoi piedi invece è come se parlassero da soli. Senza bisogno di traduzione. È come se scandissero la lingua più bella e conosciuta del mondo.

Quella del football.

Che non ammette ignoranza, perché è impossibile da non capire.

Marco sa che l’umanità non si impara davanti ad una lavagna, che se non sei un bravo ragazzo, con un enorme dovere morale, non puoi capire cosa sia quella corsa frenetica durante quel maledetto Pescara-Livorno a rincorrere una barella nel disperato e invano tentativo di salvare la vita al povero Piermario Morosini.

Che colpo i cugini.

Quasi da dichiarare guerra alla Francia per appropriazione indebita di talento.

Per sottrazione di fenomeno.

Circonvenzione di incapace, perché noi ancora non sapevamo chi fosse quel ragazzo lá.

Per averci privato per tanto tempo e chissà quanto ancora del genio di quello che per loro, con quell’odiosa puzza sotto il naso, sarà sempre solo ‘monsieur Verrattì’, il classico italiano spaghetti, pizza e mandolino, ma che per noi invece non smetterà mai di essere semplicemente e soltanto Marco l’abruzzese da Monoppello, provincia Pescara, classe 1992, uno dei tanti ragazzi italiani che forse, o almeno speriamo, un giorno deciderà di tornare per non andarsene più.

Intanto, già che sei lá, insegna come si dovrebbe giocare a calcio a quei simpatici signori francesi.