Quel bambino di nome Adolfo e di cognome Pedernera

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Si narra che, una volta, tanto tanto tempo fa, ci fosse un giocatore così sublime, così superbo, così magnifico, che, ancora oggi, il suo paese, l’Argentina, ma direi anche, senza esagerare, l’intero Sudamerica, parla di lui come se fosse sempre un uomo attuale, moderno, bionico, magico e magnifico, senza pensare che così, invece, purtroppo non è più, perché quel paese in realtà fa finta di non saper che, egli, adesso non c’è più, non solo in campo, lá su quel rettangolo di gioco, nel suo ambiente naturale, ma anche tra tutti noi, sul nostro stesso suolo, mentre respira la nostra stessa aria, mentre beve la nostra stessa acqua.
C’era una volta un uomo, di nome Adolfo e di cognome Pedernera, che si dette al calcio ma, molti, in realtá, dicono che, invece, egli fosse più simile ad un ballerino, perché con quel pallone danzava, duettava, quasi parlava, facendone un tutt’uno col suo corpo, col suo spirito, come se con lui facesse l’amore, sul quel manto verde ed erboso, davanti a tanta gente che di questo non si interessava.
Anzi.
Quel popolo impazziva per lui, con lui, ogni qual volta toccava, accarezza, domava quel pezzo di cuoio gonfio d’aria, ma mai con rabbia, serietà, fermezza o violenza.
No.
Si narra che lui, quell’uomo di nome Adolfo e di cognome Pedernera, il pallone lo trattasse davvero bene, proprio come se di egli fosse il figlio, proprio come un padre, proprio come una madre troppo buona e sempre piena di sorrisi ed abbracci.
Qualcuno dice che, invece, fosse proprio il pallone ad essere innamorato di lui, e non viceversa, esattamente come fa un fedele cagnetto che seguirebbe il suo padroncino ben oltre le porte dell’inferno.
C’era una volta un uomo, di nome Adolfo, e di cognome Pedernera, che fece parte di una delle squadre più fantastiche e piene di romanticismo che si ricordi da quando il calcio fa parlare di sè.
Adolfo, di cognome Pedernera, ispirava calcio così come una bella donna ispira sensualità.
La sua squadra, invece, non insegnava calcio: era il calcio.
Il River Plate, quella squadra così maestosa, quel nome così sacro, quella ‘maquina’ senza bulloni degli anni ’40, che non aveva bisogno nè di olio nè di carburante per funzionare. Bastavano un pallone, un bel po’ di passione ed un popolo delirante.
La ‘maquina’ dominò l’Argentina per quasi un decennio, e tra i suoi interpreti più sopraffini, Adolfo Pedernera era, senza dubbio, l’interprete massimo, il leader, una vera e propria poesia composta da due gambe ed un cuore che, però, invece di starsene in quel suo petto stracolmo d’amore, danzava insieme ai suoi piedi ed a quel pallone che da essi non voleva proprio staccarsi. Neanche per un secondo.
Non successe mai.
La ‘maquina’ macinava gioco, e Pedernera era il suo attacco. Tutto lui. Tutto solo. Perché egli non ricopriva un ruolo in particolare lá davanti. No. Lui era il ‘lá davanti’. Lui era il reparto intero. Spalle grosse, piedi magici.
Era il terminale offensivo di tutto quel ‘produrre gioco’.
Non c’era una cosa, una sola, solo una, che Adolfo non sapesse fare.
Pedernera danzava, tornava indietro e costruiva gioco per poi lanciare palloni che avrebbero colpito anche quell’ago nel famoso pagliaio che nessuno ha mai trovato, tanto erano preicisi. Poi scattava ed in un attimo era lá, al limite dell’area, pronto a ricevere il passaggio. Metterla in rete, era una pura formalità, un qualcosa quasi senza nessun valore.
Sembravano dieci. Ma era solo uno. Solo lui.
Adolfo Pedernera.
Se il Sudamerica oggi emana quella luce che, per quanto voi cerchiate, non troverete mai in nessun altro luogo al mondo, forse, molto, è anche merito suo, di gente come lui, di squadre come la sua.
Alcuni lo chiamavano ‘il pianista’, altri ‘il ballerino’, molti semplicemente Adolfo.
Dovete sapere inoltre che, un giorno, uno dei più grandi giocatori mai esisti, quell’Alfredo Di Stefano che fu uno dei componenti del magico trio composto da lui, Gento e Puskas, tridente che fu gioia e delizia della squadra più forte di tutti i tempi, il Real Madrid degli anni ’60, disse, senza tante remore e senza tanti dubbi “Pelè, Maradona od io? Chi è stato il migliore tra noi? Si vede che non avete mai visto giocare Pedernera. Lui è stato un gradino sopra gli altri. Sopra tutti. Sempre. Se oggi, dopo che ho vinto tutto, e ne ho viste di ogni colore, dopo che ho segnato a chiunque ed ho giocato al fianco dei migliori, se chiedete a me che cosa penso quando chiudo gli occhi e sussurro nella mia mente la parola ‘fùtbol’, io vi diró che la mia testa non risponderà, mentre il mio cuore penserà invece sempre e solo ad una persona: Adolfo Pedernera. Lui per me è stato un maestro. È stato il calcio. Tutto questo, lo devo a lui.
Il calcio lo veneri, sempre; perché così non ne incontrerà mai più”.
Una dichiarazione d’amore che arriva direttamente da colui che molti (ma non lui stesso)bconsiderano il più grande di sempre.
Alfredo prega Adolfo e lo ringrazia, ricordando quando giocavano, anche se per poco tempo, insieme in quel River, in quella ‘maquina’, in quel modo di dominare la vita, il pallone ed il tempo che scorre, in quel calcio che raccontava poesia e produceva suoni quasi celestiali.
Si narra che Adolfo era così innamorato del pallone che, da bambino, se lo portava perfino a letto con lui, sotto le coperte, al caldo, lontano dai problemi di quel mondo che era lá fuori la sua finestra, e che correva troppo veloce per i pensieri di un bambino. Meglio starsene lá, al calduccio, dove stavano anche i suoi piedi ed i suoi sogni, con quel compagno di mille avventure che, forse, è veramente l’unico amico dell’uomo, perchè accompagnerà per sempre il bambino che c’è in ognuno di noi, con le proprie speranze e le proprie paure, senza tradirlo mai. Mai.
Il Sudamerica col suo cuore enorme porge schiaffi e carezze a chiunque cerchi tenerezza e violenza. Tutti possano inseguire un sogno qua.
Basta averlo.
Così Adolfo cresce e ben presto diviene il giocatore più forte della sua generazione. La ‘maquina’ dipende interamente da lui, il vero cardine, il vero fenomeno, l’unico che ha un futuro assicurato nella storia. Nella memoria, nella leggenda.
Si dice che quella squadra fosse una macchina, ma la veritá è che, senza Pedernera, non c’era mai la passione sufficiente a farla funzionare.
La fama dell’oramai non più piccolo Adolfo cresceva a dismisura, e ben presto la sua gloria lasciò i confini nazionali ed iniziò a viaggiare anche per lidi lontani e sperduti.
Si narra così che, una volta, un uomo di nome Ernesto e di cognome Guevara, ma che tutti conoscevano come ‘Che’, decise, nel 1952, di scrivere delle memorie sulla sua vita da continuo migrante.
Egli nel suo diario racconta che, un giorno, il suo continuo pellegrinare da una parte all’altra dell’America Latina, insieme al suo compagno Alberto Granado, il destino lo condusse in un paesino pressoché sperduto dell’amazzonia colombiana, Leticia.
Un posto che Dio si dimenticò ben presto di inserire tra i suoi pensieri più cari.
Il Sudamerica regala anche luoghi così, dove la civiltà sembra non sia mai arrivata, così come tutto ciò che essa porta.
Ma Ernesto era forte ed amava le sfide difficili, mentre il suo animo era pieno di gentilezza e misericordia, così egli decise di insegnare molte cose a quegli uomini parecchio simili a dei primitivi.
Una di queste era, appunto, il gioco del fùtbol.
Quale miglior linguaggio se non quello che questo stupendo sport riesce a regalare?
Pablo Neruda una volta disse “Dove non arrivano le parole ad unire le persone, arriverà sempre un pallone”.
Così Ernesto, che era stato un onesto portiere in gioventù, tanto da indossare anche la maglia della ‘cantera’ della sua squadra del cuore, il Rosario Central, iniziò ad allenare quella manica di balordi e bifolchi ed un giorno, per testare il tutto, organizzò una partita.
Non so onestamente nè quanto finì l’incontro nè tantomeno con che risultato.
So solo che ad un certo momento di quella partita, racconta Ernesto, ci fu un rigore per la squadra avversaria a quella del ‘Che’, che ovviamente, in quel match, giocava in porta.
Leticia conobbe così, improvvisamente, come un fulmine, il sapore delle polemiche e del lecito dubbio, ed un suo indio, di cui è impossibile sapere il nome, invece, la paura e la tensione, visto che si preparava a tirare quel dannato e vigliacco modo di segnare.
A Leticia non avevano mai visto niente del genere, ma
bene presto, grazie al signor Guevara, il fùtbol invase (anche) queste capanne fatte di paglia e sudore.
Tutto pronto intanto sul campo pieno di polvere.
L’indio prese la rincorsa e partì col suo tiro, ma il ‘Che’ volò alla sua destra e paró il rigore.
La palla fu allontanata ed arrivò nella metá campo avversaria al compagno di Ernesto, Alberto, che invece giocava in attacco. Granado prese palla dopo un grande ‘stop’, si voltò e senza esitare saltó un primo difensore che gli si fece avanti, poi un secondo ed alla fine un terzo.
Granado era infermabile, vista anche la scarsa tecnica e tattica avversaria, ed arrivò davanti al portiere così sicuro di sè che non sbaglió l’appuntamento con il gol.
La squadra del ‘Che’ era in vantaggio, e nel mentre i componenti di quella compagine esultavano e si congratulavano con il signor Alberto, un indio della squadra rivale si avvicinò a Granado e gli sussurrò nell’orecchio “Da oggi io ti chiamerò ‘pedernerita’. Solo lui può dribblare così”.
Miglior complimento non poteva esserci.
Anche il ‘Che’ quel giorno iniziò a chiamare così il suo fedele compagno.
Adolfo Pedernera e la sua fama ormai erano troppo piccoli per i confini del Monumental e per quegli argentini.
La gloria di quel ragazzino che adesso era un uomo, invase ogni vicolo, ogni casa, ogni mente del Sudamerica. Anche nei luoghi più sperduti, lui era presente. Non fisicamente ma come leggenda.
La leggenda di un uomo che vinse tutte le competizioni che giocò, dai cinque campionati argentini ai tre colombiani, fino alle tre coppe americhe con la propria nazionale, quell’Argentina che si sublimava nel vederlo giocare.
Tutta intera. Senza distinzioni di colori o bandiere.
Perché Adolfo Pedernera faceva innamorare la gente proprio tanto quanto lui era, invece, innamorato del pallone.
Perché, proprio come disse la ‘saeta rubia’ Di Stefano, non si può fare paragoni tra calciatori, se non si è mai visto giocare quel fenomeno che di nome faceva Adolfo e di cognome faceva Pedernera.
Chiedetelo pure a tutti quei palloni che hanno avuto la fortuna di essere accarezzati dai suoi piedi, ed adesso, piangono lacrime di sangue chissà dove, che sia un museo di storia del calcio od una cantina abbandonata poco importa, perché la leggenda del giovane Adolfo non conoscerà mai l’infamia della polvere.

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