L’altro Best. Robin Friday, il sesto Beatles..

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Ho sempre avuto la maledetta impressione che Matt Busby non sia mai stato un uomo veramente felice. O almeno, non per buona parte della sua vita. Per quanto si sforzasse di sorridere, lui, il sergente di ferro, il comandante di mille battaglie che sembrava inscalfibile ed impassibile, lo stupendo allenatore dei ‘red devils’, in realtà, sotto quella scorza fatta d’acciaio e cera, tipica di chi tutto respinge e fa scivolare via, era triste. Un malessere invisibile lo consumava, lento ed indolore, ma inesorabile. Matt, se proprio vogliamo essere precisi, ha smesso di vivere e di sorridere da quel maledetto 6 febbraio del 1958, quando la sua stupenda creatura si spense nella notte di Monaco di Baviera. Quando tutto ciò che amava ed in cui credeva, tutto ciò a cui aveva dedicato tempo e fatica, e dove aveva racchiuso sogni e speranze, volò verso le stelle senza il biglietto di ritorno. Otto dei suoi figli, quei meravigliosi ‘Busby Babes’, i ragazzi terribili dall’etá media di 22 anni che infiammavano Manchester ed il mondo intero del ‘fùtbol’, che stavano incantando tutta Europa e la sua Coppa più ambita, se ne andarono per sempre. Non un ciao, non un ‘ci vediamo’, neanche un saluto. Fu un attimo che durò in eterno. Otto ragazzi, i più appena ventenni, lasciarono ingiustamente questo mondo non ancora uomini. Lasciarono per sempre i loro sogni e le loro speranze, magari ancora chiuse in un qualche cassetto, vicino al letto della madre. Troppo giovani per poterli ancora esaudire tutti. Molti di loro erano ancora chiusi dentro quel comodino, lontano dal mondo reale ed i suoi pregiudizi. Lontani da tutto e tutti, perché, i sogni di un fanciullo, devono rimanere esattamente nel luogo dove nascono, e niente è più sicuro, nell’attesa che la vita faccia il suo percorso, che posarli nelle braccia di una madre, in attesa del proprio ritorno. I mostri, lá, non possono arrivare. Lo hanno sempre insegnato ad ogni bambino, e loro non facevano eccezione.
Quella maledetta notte di febbraio, invece, dopo aver lottato come guerrieri ed aver raggiunto una semifinale di Coppa Campioni storica, purtroppo, quei bambini, divenuti uomini troppo in fretta, se ne andarono. Per sempre. In un attimo. In un istante cambiarono molte vite. Troppe. Dieci in particolare: quella di quelli otto sfortunati angeli, quella del sergente Matt Busby, e quella di George Best.
Si. Anche lui. Quel ragazzino di neanche 13 anni che se ne stava a Belfast, nella fredda Belfast, sotto le sue calde coperte, con addosso la
maglia della sua squadra del cuore, il Glentoran, ancora così lontano da alcool e donne, macchine e scandali, celle di galere umide e scazzottate epiche, non sapeva che quella sera, inconsapevolmente, cambiò per sempre anche la sua di vita. Purtroppo o per fortuna, dipende dai punti di vista. Si perché molte volte le sfortune altrui altro non sono che fortune di altri.
Quella maledetta notte, mentre sette ragazzi, l’ottavo, Duncan Edwards, morirà quindici giorni dopo in ospedale, dopo pene infernali e preghiere inutili, lasciavano questo mondo, la vita della leggenda Georgie ‘The Best’ mutò per sempre.
Cambiò inconsapevolmente perché, il Manchester United, in quello schianto assurdo perse più della metà di quella fantastica squadra, ed una volta passati i giusti ed inevitabili momenti di disperazione, che però, purtroppo, non possono durare in eterno, sarebbe giunto il momento in cui la società si sarebbe dovuta rimboccare le maniche e sarebbe ripartita per rifondare il tutto. Cercare nuovi idoli. Nuovi attaccanti e difensori. Creare nuove leggende da quel misto di cenere e lacrime che si trovava in mano dopo quella nefasta notte di febbraio.
Senza quella strage, forse, George Best sarebbe rimasto soltanto un piccolo grande sognatore di una Belfast tumultuosa.
Matt Busby, la roccia scozzese che neanche un simile schianto riuscì minimamente a scalfire, non sarebbe, senza quella immane tragedia, tornato a vagare per l’Inghilterra con i suoi osservatori nel commuovente e romantico tentativo di ricostruire ciò che non aveva più, di rivedere di nuovo quella seconda stupenda famiglia che l’infame destino gli aveva portato via in una fredda notte di neve nel cuore della Germania, la sul campo. A sudare e lottare, vivere e soffrire.
Forse nessuno avrebbe mai incrociato il talento del tanto osannato ‘quinto Beatles’. Forse.
Difficile dirlo, persino crederlo, perché simili campioni prima o poi vengono sempre fuori. Tragedia o non.
Molti inglesi, però, ne sono convinti ‘È durato giusto un paio d’anni quello’, dicono di lui.
Forse è vero, forse no. Fatto sta che con i ‘se’ e con i ‘ma’, non si fa la storia, ma almeno la si può immaginare diversa. O almeno, l’Inghilterra ci prova. C’ha sempre provato.
L’unica cosa certa, dopo quel maledetto 6 febbraio, però, era solo che Matt Busby non avrebbe mai più ritrovato quel sorriso che aveva prima.
Mai più. Neanche per sbaglio. Neanche per un minuto. No.
Lo ha cercato e ricercato invano, per le strade di tutta la Gran Bretagna, da Manchester a Glasgow passando per Liverpool. È volato persino a Belfast nel vano tentativo di rincrociare il suo sguardo. Niente da fare. Avvolte credeva di avercela fatta, di averlo finalmente rincontrato dopo anni di agonia, ma così non è mai stato. Lo vedeva, lo assaporava, sentiva il suo stupendo odore, così vicino che quasi gli sembrava di poterlo toccare. Ma era effimero. Bastardo. Quel sorriso che tanto lo struggeva, si sedeva sempre su altri volti. Mai più sul suo.
Neanche dieci anni dopo, a Wembley, lui, il ‘sir’, era finalmente felice. La notte in cui lo United divenne la prima storica squadra inglese a vincere la Coppa Campioni, lui, Matt Busby, non gioiva veramente. Non avrebbe potuto. Questione di onore. Di cuore. Chiamatelo rispetto o come diavolo vi pare, ma lui non poteva esserlo. No. Egli sorrideva con i suoi giocatori, ma non con i suoi ragazzi. Quella sera, lo scozzese di ferro, avrebbe voluto che al posto di quegli uomini in maglia rossa, ci fossero quei figli persi una decade prima. Avrebbe voluto intorno a sè altri occhi da incrociare con i suoi, occhi colmi di lacrime fatte da gioia e nostalgia. Avrebbe voluto altre voci ad urlargli ‘Ce l’abbiamo fatta Mister’. Avrebbe voluto tante cose, sir Matt. Altri calciatori. Altri brividi. Invece no. La storia, quella sera, aveva scelto altri eroi, altre vite, altri ragazzi, anch’essi sognatori, sia chiaro. Ma solamente diversi. Lá davanti, adesso, c’erano altre schiene a portare quei numeri insanguinati che da dieci anni non lo lasciavano in pace nel profondo della notte. Che lo facevo alzare dal letto dopo incubi paurosi. C’era la ‘Santa Tirnitá’, adesso: Denis Law, Bobby Charlton ed il fortunato George Best. L’immenso Best. L’eroe di quella notte. Il ragazzo che di li a poco avrebbe buttato al vento un talento incredibile. Gettato alle ortiche insieme a quella immensa fortuna che la vita gli aveva messo davanti e che ben presto, però, stanca delle sue bravate, sarebbe tornata prepotentemente a presentargli un conto molto salato.
Alcool e problemi in pochi anni lo annegarono, uccidendolo molto, ma molto prima che quel maledetto 25 novembre del 2005.
Georgie prese la sua immensa classe e la spinse giù, nel cesso più sporco d’Inghilterra, tirando lo sciacquone con quell’aria da ubriacone cattivo, e gridandogli pure dietro, mentre essa scompariva tra le fogne ‘Fanculo Bastarda’.
Eppure, ad Acton, estrema periferia ovest di Londra, c’è chi giura che George abbia avuto ben più di quello che si sarebbe, in realtá, meritato. Lá, in quel quartiere così lontano dalla mondanità turistica londinese, c’è chi non si vergogna per niente a dire che George Best, nella sua vita, ha avuto solamente tanto culo. Che quel basettone alcolizzato non era neanche granchè, che quel maledetto ubriacone sia stato solo più fortunato di altri beoni, anch’essi dotati della stessa classe purissima, e che si sia soltanto trovato nel posto giusto al momento giusto. Senza quella immane tragedia, dicono sempre loro, sarebbe stato un semplice irlandese, come ce ne sono a migliaia: tracanna birra, tifoso del Celtic e buon fabbricatore di bombe.
Lá, nel luogo in cui Oxford Street, Coven Garden e Notting Hill, con la sua stupenda Porto Bello Road, non sembrano certamente posti della stessa città, si venera e si crede in un altro ragazzo, forse anche più talentuoso di George, sicuramente più capellone e stupido. Un altro Dio bruciatosi lentamente, un altro Jim Morrison del pallone: Robin Friday, ‘l’altro Best’, ‘il più grande giocatore che non avete mai visto’, come lo chiamano da queste parti. Una vera e propria religione per questa gente. Qui George Best non si può neanche nominare. Qui c’è solo Robin.
Lui sarebbe dovuto diventare immortale. Lui sarebbe dovuto salire fino al trono degli Dei. Lui avrebbe dovuto vincere quella Coppa magnifica. Lui. E non Best. Entrambi così dannatamente simili da far tremare i polsi. Uno, solo più fortunato dell’altro.
Se andate nel suo quartiere, Acton appunto, e chiedete ad un barista qualsiasi chi sia quel ragazzo che con le sue foto tappezza ogni singolo locale del posto, molto probabilmente vi sentirete rispondere, in un inglese duro e masticato ‘Brutto bastardo mafioso di un italiano. Come sarebbe a dire che non sai chi è quel l’uomo? Dovrei prendere a calci in culo per questa eresia’. Dovrebbe, appunto, ma no, tranquilli, non lo farà. Troppo ghiotta l’opportunità di sedersi davanti a voi e riempirsi di nuovo la bocca con le geste di quel ‘calciatore maledetto’. Troppo.
Sbollita la rabbia, vi offrirà una pinta di Guinness, ed inizierà il suo straordinario, quanto incredibile, racconto.
Quello sulla e della leggenda Robin Friday, classe 1952, un ragazzo che fino all’età di 15 anni entra ed esce di galera che sembra pagato: furti in auto, spaccio e scippi sembrano il suo pane quotidiano, l’unica benzina capace di far funzionare la sua ‘adrenalina’. Davvero un peccato, perché il talento, a differenza del cervello, per sfondare nel mondo del calcio non gli è mai mancato: a 8 anni delizia tutta la sua classe mentre, con la gomma da cancellare, passa da un banco all’altro senza farla mai cadere a terra, a 10 riesce tranquillamente a palleggiare con un’arancia, mentre a 14 è già nelle giovanili del Chelsea, dopo essere passato anche da quelle di Crystal Palace e Queen’s Park Rangers. La classe, come detto, c’è. La testa, no.
A 16 anni, infatti, finisce di nuovo dentro, al fresco: lo sbattono in riformatorio per uno scippo. Si becca un anno. Dentro Robin si comporta stranamente e discretamente bene, riuscendo addirittura a guadagnarsi la fiducia del direttore, che, pochi mesi dopo l’inizio della sua detenzione concede, al piccolo teppistello, una grande chance: potersi allenare tre pomeriggi a settimana con le giovanili del Reading, per poi tornare la sera in riformatorio, a dormire.
Regalo non da poco.
Qui, tra le file dei giovani dei ‘royals’, il piccolo capellone impressiona tutti. Robin, d’altronde, sa fare ogni cosa: pressa, dribbla, segna e fa segnare.
‘Qui nessuno di voi è più forte di me’ amava ricordare sempre a quei nuovi compagni. Così, giusto per attirarsi le loro simpatie.
Quel premio, comuqnue, quello di potersi allenare fuori dal carcere, fa passare la detenzione di Friday più veloce e più dolcemente rispetto a quella di altri detenuti, fino a che, un anno dopo la cattura e finita di scontare la pena, può ritornare nelle sua Acton.
Ben presto, anzi prestissimo, ricade, ahimè, nei vecchi e maledetti vizi. Il diavolo bussa di nuovo alla sua porta, e lui, ovviamente, gli apre immediatamente. Poi, come se non bastasse, Robin in questo perdiodo fa la conoscenza una ragazza, Maxine, una giovane di colore. Dopo pochi mesi la sposa e la mette incinta. Nulla di strano, se non fosse che Friday ha solo diciassette anni e nemmeno l’ombra di un quattrino, ed anche che, in quegli anni, le coppie interrazziali, non sono viste proprio di buon occhio.
Robin, però, se ne frega e fa la sua vita.
Qualche lavoretto in qua e lá gli permette di sfamare la sua famiglia. Trova un’insolita tranquillità. Riesce addirittura ad intraprendere la carriera di calciatore, quella tanto cercata e sognata, quella carriera che la droga e la sua tremenda testa calda gli hanno sempre impedito di toccare.
Sono i semiprofessionisti del Walthamston Avenue ad accorgersi di lui. Così, dopo un provino, nel quale Friday segna 7 gol, lo mettono immediatamente sotto contratto.
Ok, lo stipendio è da fame, ma almeno è un inizio, e finalmente Robin può dimostrare in partite vere, in mischie vere, su campi veri, la sua immensa e strepitosa classe.
Robin distrugge da solo tutti gli avversari che gli si presentano davanti, compresa l’Hayes, squadra ben più blasonata di quella in cui gioca, che dopo quella incredibile prestazione decide di acquistarlo la sera stessa ‘Mi avete preso perché vi ho spaccato il culo’ disse loro un sincerissino Friday mentre firmava il suo nuovo contratto. Un contratto importante. Soldi veri. Calcio vero. La droga sembra, finalmente, lontana. Sembra appunto. Perché, essa, in realtà, torna a fargli l’occhiolino molto presto, tanto che Robin ci ricasca subito con tutti e due i piedi e pure la testa. Non solo metaforicamente. No. Un giorno, infatti, di prima mattina, sale su un tetto completamente strafatto, perde l’equilibrio e precipita a terra da più cinque metri. Come se non bastasse, nell’impatto, cade su di un palo che gli perfora il culo e sfiora, in quello che sembra un vero e proprio miracolo, polmoni e cuore. Chiunque sarebbe morto. Non lui. Ci vuole ben altro per fermare il ‘sesto Beatles’, od il primo dei ‘Rolling Stones’, a seconda dei punti di vista, tanto che non soltanto, non si è mai saputo bene come, Robin riesce a liberarsi da solo dal palo, ma non riporta assolutamente lesioni gravi nè alla testa nè alle gambe, così che, dopo neanche 4 mesi, riesce a tornare in campo.
Ci vuole ben altro per fermare Robin Friday da Acton. Ci vuole molto
altro. Forse una pistola. Si perché la sua non è una vita normale, non è un’esistenza comune. No. Lei è assolutamente straordinaria, proprio come il suo calcio: spettacolare, magico, futuristico, al limite del ‘non umano’. Robin vede spazi dove gli altri non vedono niente. Robin crea poesia dove c’è solo terra. Friday fa innamorare cuori che non hanno mai provato amore. Non esiste una partita normale quando lui è in campo. E neanche quando dovrebbe esserlo. Come quella volta, contro il D&R, la partita del suo ritorno dopo la tremenda caduta dal tetto, quando Robin viene inserito nella lista dei titolari dal suo allenatore, ma, al fischio d’inizio, lui, in campo non c’è. Non è neanche allo stadio. È nel piazzale fuori, ai tavolini del pub, completamente ubriaco, quasi privo di sensi che parla con un posacenere di vetro.
Dirigenti e componenti della panchina, in preda allo stupore ed all’imbarazzo più assoluto, lo vanno letteralmente a strappare da quella sedia dove stava beatamente sonnecchiando e lo gettano in campo praticamente esamine, senza parastinchi [Robin non gli portava mai] ed una maglia indossata malissimo. Gli avversari, vedendo quell’ubriaco barcollante, inziano a deriderlo. Passano accanto a lui è gli urlano di tutto. Lui, però, neanche reagisce. Fino a che il pallone non passa dalla sua zona. Quella sfera fatta di cuoio e passione lo risveglia peggio di una doccia gelata. All’improvviso ‘l’altro Best’ si infiamma ef a pochi secondi dalla fine segna il gol della vittoria. Lo stadio esplode. Nessuno ci crede. La panchina impazzisce. Tutti entrano in campo a festeggiarlo, ma lui, gli dribbla uno ad uno, si dirige verso l’allenatore e gli urla ‘Visto stronzo!? Adesso torno a bere lá fuori. Vedi di non rompermi più i coglioni’. Il Mister rimane di sasso ed annuisce silenziosamente. Senza battere ciglio.
Sembra un film, ma non lo è. È solo l’incredibile vita di Robin Friday. Un monumento all’Inghilterra in persona ed al suo animo anarchico e ribelle. Una vita incredibile.
E non è che l’inizio. Si perché di li a poco il Reading si ricorda di lui, di quel ragazzino che qualche anno prima nelle ore d’aria andava ad allenarsi con loro per scappare dalla dura vita del riformatorio.
I ‘royals’ decidono di acquistarlo. Ora per Robin la cosa si fa seria. È la grande opportunità. Adesso è la terza divisione. Non può fallire. Invece..
Invece il suo impatto nella cittadina inglese non è affatto dei migliori. Ed è tutta colpa sua. Il primo giorno di allenamento chiede ad un dirigente se conosce un posto sicuro dove acquistare ‘roba buona’, mentre in partitella non toglie praticamente mai la gamba, entrando durissimo, tanto che finisce per infortunare metá della sua squadra, costringendo il suo allenatore, Charlie Hurley, a farlo allenare a parte per paura di rappresaglie da parte dei cosiddetti ‘senatori’.
Il rapporto personale con i nuovi compagni non è certamente idilliaco, ne tantomeno partito con il piede giusto, però, sul campo è tutta un’altra musica. Robin è celestiale, corre e regala veri e propri pezzi tretrali, degni di una rockstar. I compagni, novanta minuti a settimana, lo amano. Più passa il tempo, più i suoi tifosi lo venerano. Impazziscono per lui e per le sue esultanze. Per i suoi incredibili colpi di testa, come quella volta in cui, dopo un gol al Plymouth Argylle, scavalca i cartelloni pubblicitari e strappa letteralmente di mano ad un tifoso la sua birra, perché a quei tempi era ancora permesso introdurre alcolici negli stadi britannici. L’arbitro aspetta che Robin abbia finito, e, mentre il riccioluto attaccante rientra felice e soddisfatto in campo, lo espelle senza esitazioni, sentendosi gridare contro un complimento del tipo ‘Brutto stronzo. Avevo sete, e allora?’.
Il carattere di Friday peggiora di giorno un giorno. Quel ragazzo è totalmente indomabile: più la società prova ad arginarlo, e più lui sente quello spirito di ribellione ardere dentro di sè. Non c’è domenica in cui non ne combini una delle sue.
Sia in campo che fuori. Pazzia e classe vanno di pari passo dentro il suo cuore. Come Best, più di Best. Molto di più. In campo Robin, se possibile, sembra ancora più forte dell’ala destra del Manchester United, ed anche al pub fa capire che tra i due non c’è praticamente gara. Friday vince in tutto.
Reading lo ama. Ogni volta che ‘il sesto Beatles’ tocca palla, parte un boato. I brividi percorrono la sua schiena, lui li ricambia con delle magie inenarrabili. Se i tifosi dei ‘royals’ lo hanno eletto giocatore del secolo, un motivo ci sarà. È per merito, o colpa, di giocate spettacolari, di sangue sputato per quella maglia, di impegno messo in ogni partita, nonostante si credesse in giro che Robin fosse un piccolo drogato senza anima.
Ancora oggi, nella cittadina ad ovest di Londra, si ricordano ogni suo gol, ogni sua minima cazzata. Nelle menti di tutti, rimarranno le sue giocate memorabili, come quella strepitosa rete che il giovane ribelle di Acton segnò al Brighton, in una sfida che sapeva molto di playoff: una fucilata in rovesciata che lasciò il portiere di sasso. Lo stadio esplose, nessuno credette ai suoi occhi, ne tantomeno l’arbitro, che, finita la partita, si diresse da Robin per congratularsi ‘Complimenti figliolo! In 10 anni di carriera non ho mai visto un gol del genere. Il più bello della mia vita’ ‘Davvero?!’ gli risponde un per niente sorpreso Friday ‘Beh, dovresti venire a vedermi giocare più spesso’.
Geniale. Idolo incontrastato. Unico. Poesia e pazzia per la prima volta si fondono in uno stesso corpo e fanno l’amore fino a cadere senza sensi.
Robin Friday se ne è sempre sbattuto di qualsiasi morale o giudizio altrui. È l’uomo che il giorno del suo secondo matrimonio, dopo il divorzio da Maxine, viene beccato un paio di minuti prima dell’inizio della cerimonia, fuori la chiesa, impegnato a chiudersi una canna. L’uomo che, proprio durante il banchetto di quel matrimonio, fa scattare una rissa furibonda che coinvolge praticamente tutti gli invitati e manda a puttane la festa.
Robin Friday non ha mai pensato alle consieguenze. Mai. Non era nella sua indole. Ecco forse perché al Reading, ma non a Reading, dopo qualche anno, ne hanno le palle piene di lui, tanto che decidono di cederlo, contro la sua volontà, al Cardiff. Ad un passo dalla massima serie.
Lui, però, non ha assolutamente nessuna intenzione di cambiare squadra e città, ma al Reading non ne possono veramente più di lui, e quindi, anche se controvoglia, Friday è costretto ad accettare. In maglia ‘blues’ fa di tutto per farsi cacciare. Si fa arrestare più e più volte, va agli allenamenti in treno ogni giorno senza pagare il biglietto ed ogni giorno, cascasse il mondo, regolarmente prende una multa che recapita alla società, dicendo loro di pagare quella cifra perché ‘Mi avete voluto, e questo è il conto’.
Ma al Cardiff sembra non interessare del suo comportamento, perché poi, in campo, Robin non si tira indietro. Anzi. All’esordio segna due reti al Fulham di Bobby Moore, ex capitano del West Ham e della nazionale inglese vincitrice del mondiale di casa, quello del 1966. Robin non sembra affatto intimorito da quel confronto, tanto che durante un calcio d’angolo, in una mischia, strizza pure i coglioni alla leggenda brittanica. L’Inghilterra insorge. Quel ragazzino è indisponente e non ha il benché minimo rispetto per niente e nessuno. ‘Un giorno potrebbe buttare giù dal palazzo persino la Regina’ urla il Daily Mirror in prima pagina, senza dimenticarsi, però, di sottolineare il suo immenso talento calcistico ‘Come non faccia a giocare nella massima serie uno così, rimane un mistero’.
Ogni partita lo consacra sempre più come un giocatore formabidabile, fermato soltanto da quella sua immensa testa di cazzo che si ritrova a portare in giro per il mondo. Come quando
dopo un gol salta i cartelloni a bordo campo e bacia un poliziotto solo perché ‘Lo avevo visto così triste. Poi però me ne sono pentito. Io odio la polizia’.
Sono due però gli episodi che lo faranno passare per sempre alla storia. All’immortalità del calcio e a tutto ciò che è definibile con la parola ‘scandalo’. Due aneddoti che racchiudono in sè tutta l’essenza di questo straordinario calciatore ed, allo stesso tempo, difficilissimo ragazzo.
Il primo avvenne il 16 aprile 1977. Cardiff-Luton scontro salvezza. Per l’intera partita Robin si scontra fisicamente e verbalmente col portiere avversario, Aleksic. I due arrivano quasi alle mani, finché, a dieci minuti dalla fine, e sul risultato di 0-0, Friday molla una pedata devastante nel volto del povero estremo difensore, che stava uscito in presa bassa per fermare un attacco avversario.
Il ragazzo con i guantoni rimane a terra per quasi due minuti, poi, stordito, si rialza. Robin, che nel frattempo è stato ammonito dall’arbitro, una volta ripreso il gioco tende la sua mano al portiere, intento a chiedergli scusa, ma Aleksic rifiuta, mandandolo a quel paese. Friday non fa una piega: inizia a correre verso il pallone, lo conquista, salta cinque avversari, si presenta davanti al portiere, il suo ‘nemico’, dribbla pure lui e prima di segnare si ferma sulla linea di porta, si volta e sorride beffardo verso l’incazzatissimo Aleksic. Come se non bastasse poi, come se sentisse di non averlo ancora umiliato per bene, mentre torna a centrocampo, Robin mostra al suo antagonista seduto a terra dopo quella finta assurda, due dita che formano una V, quella di vittoria. Robin adesso è contento, ha ucciso, finalmente, l’anima di Aleksic. ‘Lo conoscevo da neanche un’ora e giá lo odiavo come pochi’ disse anni dopo Robin.
Il secondo episodio, invece, avviene il 16 ottobre 1978 durante la partita con il Brighton, quando, dopo un intero match fatto di scorrettezze date e ricevute, Robin colpisce, con una sforbiciata volante, volontaria ed a palla lontana, il volto di Mark Lawreson, l’uomo che lo ha marcato per tutta la partita e che non lo ha fatto respirare.
Friday, ovviamente, viene espulso. Ma nel rientro nel tunnel, la vena della ragione gli si chiude, se possibile, ancora di più. Irreversibilmente. La sua mente si annebbia. Robin, invece di andare verso il suo spogliatoio, si dirige verso quello avversario. Con il gomito rompe il vetro della porta, la apre, trova la borsa di Lawreson e ci defeca dentro, con tanti saluti al famosissimo aplomb inglese.
È l’ultima goccia. Adesso basta. Il Cardiff lo caccia, e lui, senza farne un dramma, decide di ritarsi per sempre dal mondo del calcio. A soli 25 anni decide di dire basta. Troppe pressioni. Troppe regole. Troppo lavoro. Quello che da bambino praticava come uno stupendo hobby, adesso purtroppo non lo è più, ed ad uno come Robin Friday, la parola ‘work’, fa paura sul serio. Incute timore al solo nominarla, figuriamoci a praticarla. Saranno vani i tentativi di molti manager di farlo tornare sui suoi passi. Ci proverà Maurice Evans, nuovo allenatore del Reading, che, di contro, si sentirá rispondere ‘Ho la metà dei tuoi anni ed ho già vissuto il doppio di te’. Ci proverà il triste Matt Busby, che ai tempi faceva il dirigente ed aveva da poco perso l’ennesimo figlio, quel fortunato nordirlandese George Best. Robin riconoscerà il suo carisma, e mostrerà rispetto per quella leggenda britannica, rispondendogli educatamente ‘So chi è lei boss, ma purtroppo non me la sento più di giocare’.
Ci proverà invano anche il mitico Bryan Clough, che proprio in quella stagione vincerà la Coppa Campioni col suo Nottingham Forest. Anche a lui verrà detto un ‘No grazie’. Cortese, come se Robin capisse chi mordere e chi rispettare. L’ex tecnico di Derby e Leeds ci rimarrà molto male, ma non proverà mai rancore per quel ragazzo prodigio, tanto che qualche mese dopo dirá ‘Sarebbe meglio che nel calcio ci fossero più ragazzi sinceri come Robin Friday e meno leccaculo come Billy Bremner [ex capitano del tanto odiato Leeds United]’.
Friday non tornerà mai più a giocare, lasciando al mondo del calcio la tristezza di non averlo mai visto nè nel massimo campionato inglese, nè tantomeno in nazionale od impegnato a sollevare qualche trofeo che la sua immensa classe meritava di vincere.
No. Di li a poco la sua vita precipiterà irrimediabilmente, molto più velocemente e drasticamente di quella di George Best, tanto che ‘il sesto Beatles’ morirà il 22 dicembre del 1990 a soli 38 anni per un’overdose. 38 miseri anni. Anche qua, lui, è arrivato primo. Prima di Georgie. Prima di tutti.
Se ne andrá quasi senza lasciare traccia, senza aver dato il giusto contributo ad uno sport che aveva tremendamente bisogno delle sue pazzesche giocate.
Ad Acton ancora c’è gente che lo venera e lo ricorda come il più forte di sempre, non arrivato dove avrebbe meritato di stare solo e soltanto per colpa di quella sua testa marcia e di un pizzico di fortuna mancante, che, invece, decise di assistere altri grandi del calcio.
Proprio come George Best. L’immenso George Best. Immenso e stupido come Robin Friday. Chi più chi meno, non sta certo a me giudicarlo.
Ci penseranno loro stessi a sbrigarsela, forse, laggiù all’inferno, davanti ad un bel boccale di birra ghiacciata, dopo essersi presi a pugni. Dopo che Friday, vedendo Best quel giorno di novembre, avrá urlato ‘Ehi stronzo, sono quindici anni che ti aspetto. Vieni qua’. I due avranno poi iniziato a parlare di tutto e di più: droga, alcool, football e donne. Geniali e maledetti. Vinti ma mai morti. Neanche nell’aldilà. Perché senza questo loro carattere difficile, non sarebbero mai potuti diventare il quinto ed il sesto Beatles. Uno complementare dell’altro, senza distinzioni o gelosie, perché, come disse il mitico Bill Shankly su di loro, un giorno, ‘Robin Friday inizia dove finisce George Best. Insieme non avrebbero potuto giocare: la loro squadra sarebbe scesa in campo già in 9 uomini. A volte per una rissa, a volte per qualche donna, a volte per molto alcool. Però, non vederli insieme, è e sarà il più grosso rammarico che questa nazione si porterà dietro per sempre’.
Come dargli torto. In fondo, come amava sempre ripete il grande Robin Friday ‘Amo la droga perché mi fa stare bene. Amo l’alcol perché con lui io sono un altro. Amo le donne perché loro amano me. Ed amo il calcio perché è l’unica cazzo di cosa nella mia vita che so fare meglio di un Dio e di chiunque altro su questa corrotta e schifosa terra’.

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