Winston Coe, il portiere che volava senza un braccio..

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Se penso con attenzione all’aneddoto che sto per raccontarvi, mi viene da ridere quando, al tempo d’oggi, sento dai giornali o dalle televisioni che, alcuni giocatori odierni, hanno saltato un match o dato forfait ad un partita, oppure si sono assentati da un allenamento, a causa di piccoli problemi più o meno fisici, più o meno gravi: magari per colpa di una febbre, oppure per via di un dito lussato o dopo un mal d’orecchie noiosissimo.
Per carità, sfido chiunque a giocare con uno di questi ‘impedimenti’, non negando che essi siamo fastidiosi quanto debilitanti per fisico o spirito.
Però, allo stesso tempo, se penso che, altri uomani, in altri tempi, ormai andati [purtroppo], hanno combattuto guerre, o, meno tragicamente, hanno giocato partite di calcio e sono passati alla storia in condizioni e circostanze ben più gravi e pesanti, mi chiedo perché oggi, incredibilmente ed improvvisamente, gli uomini, ed in particolare i giocatori moderni, si siano, tutto ad un tratto, rammolliti ed indeboliti, perché siano diventati femminucce tutto insieme. Irrimediabilmente. Senza palle. Senza coraggio, senza onore oppure spirito di sacrificio, caratteristiche che, invece, molti anni indietro, hanno reso immortale e grandioso questo tremendo e fantastico sport che si chiama ‘calcio’. Che lo hanno reso quello che è adesso.
Altri tempi.
Ben altre cose ed interessi che giravano intorno a questo gioco bellissimo.
Altri uomini ad interpretarlo.
Proprio uno di questi, uno di quei personaggi straordinari e meravigliosi che tanto rimpiangiamo oggi, è stato senza ombra di dubbio Winston Coe.
Ai più, anzi, forse a praticamente tutti voi, il nome di questo ragazzo argentino di origine irlandese non dirà assolutamente un bel niente. E fino a qualche giorno fa, ad essere onesti, neanche a me. Esattamente fino a che non ho conosciuto la sua assurda, quanto incredibile, storia. Tanto incredibile che ho voluto condividerla con voi.
Siamo in Argentina nel 1906 e, sorprendentemente, le potenze calcistiche nazionali dell’epoca, non coincidono assolutamente con quelle di oggi.
Nessun Newell’s Old Boys, nessun Boca Juniors. Niente River Plate od Independiente. Non ci saranno loro nè tantomeno il Rosario Central od il Racing Club a colorare questo assurdo e fantascientifico racconto.
No.
I nomi che vi sto per narrare sono ben altri, e suonano assolutamente sconosciuti e buffi ad orecchie moderne, come per esempio Estudiantes di Buenos Aires [ e non quello di La Palata ], Alumni, Reformer e Barracas Athletic, solo per citarne alcuni.
Ed è proprio quest’ultima compagine, l’Athletic appunto, la squadra del nostro eroe.
Sono gli anni del dilettantismo, ed il Barrcas è una delle squadre più importanti del paese. Non la più forte, ma una di quelle con più seguito sicuramente.
La formazione dell’Athletic era formata esclusivamente da studenti argentini ed immigrati britannici, ed aveva tra i suoi pali uno dei portieri più forti dell’epoca, tale Josè Buruca, universalmente conosciuto come Laforia.
‘El portero’ in questione era così forte e magnifico che ben presto le super potenze dell’epoca misero gli occhi su di lui, tanto che, proprio nell’estate del 1906, Laforia si trasferì all’Alumni, la formazione argentina più forte del suo tempo.
La cessione del portiere fenomeno fu decisa e perfezionata proprio il giorno prima di un’amichevole che il Barrcas doveva disputare contro l’Estudiantes di Buenos Aires.
All’epoca, come potete ben immaginare, non era presente assolutamente, ed ovviamente, neanche un minimo della politica ‘organizzativa’ di oggi, nè tantomeno l’ampiezza delle rose che invece siamo abituati a vedere ai giorni nostri, un po’ perché il calcio stava, lentamente, nascendo proprio in quel periodo, specialmente in Sudamerica, un po’ perché ‘el fùtbol’, agli inzi del secolo scorso, non era assolutamente una professione, non era affatto un mestiere, e quindi, il tutto, era lasciato al caso più totale.
E così, il giorno della partita, il Burracas si ritrovò senza un portiere di ruolo.
Neanche uno. Neanche una misera riserva da ficcare nel bel mezzo di quegli stramaledetti pali.
No. Niente.
Dentro la società della capitale scoppiò ben presto il panico più totale.
‘Perdermo partita, onore e prestigio’ urlavano terrorizzati i dirigenti.
Nessuno dei calciatori in squadra si sentiva di fare l’estremo difensore, neanche per una sola partita. Nessuno era convinto delle proprie potenzialità, nè tantomeno era disposto ad un simile sacrificio. Nessuno o quasi. Si perchè fu così che, all’improvviso, fortunatamente per l’Atetic, appena prima dell’inizio del match, un piccolo grande angelo salvò la squadra dalla vergogna più totale: il giovane attaccante Winston Coe, oltretutto uno dei soci fondatori del club, si fece coraggio e disse ai suoi amici dirigenti ‘Se posso dare una mano sarò ben lieto di farlo. Due no, ma una si. Molto volentieri’.
Battuta non a caso.
Già perché il ragazzo in questione, ahimè, era privo del braccio destro, perso a causa di una brutta infezione.
Eppure, senza esitare un secondo, si offrì volontario per ricoprire un ruolo a lui di difficile interpretazione. Altro che i giocatori di oggi..
L’intera squadra, quando Winston si propose davanti la dirigenza, scoppiò in un applauso commovente e liberatorio.
Il Barracas aveva salvato la faccia e l’onore, e tutto grazie a quel ragazzo a cui
mancava un arto, ma non certo il coraggio di mettersi in gioco e di non darla vinta all’infame vita.
Il coraggio di cimentarsi nell’impossibile più totale.
E così, grazie a Winston, la partita si svolse regolarmente e si concluse con la vittoria per 2-1 dell’Estudiantes di Buenos Aires. Eppure, nonostante la sconfitta, i tifosi ed i compagni di squadra rimasero sbalorditi dalle parate e dalla prestazione di Coe, che sembrava un veterano del ruolo ed un vero e proprio gatto dei pali. Anche i giornali rimasero esterrefatti da quell’atipico portiere, tanto che, per esempio, il quotidiano ‘La Pensa’, la mattina seguente, scrisse ‘Coe ha interrotto quasi tutti gli attacchi rivali. È diventato famoso improvvisamente. Non è facile giocare in un ruolo del genere in condizioni simili. Sicuro nel fermare la palla, grandi balzi per parare i tiri rivali, trasmette una fiducia encomiabile’. Ed in effetti, sembra quasi impossibile che un ‘portero’ con solo un braccio possa aver concesso soltanto due gol ai famelici avversari assetati di gol e gloria.
L’Athletic credette molto in lui, tanto che lo confermò anche nelle partite precedenti, contro le super potenze dell’epoca Reformer ed Alumni, match che, purtroppo, si conclusero con pesantissimi risultati: 11-0 e 5-0.
Eppure, le cronache dell’epoca parlano di ‘sconfitte ancora più catastrofiche se non ci fosse stato Coe tra i pali’.
Winston continuò così nella carriera di portiere, sbalordendo ben presto non più solo compagni o società, ma tutta l’Argentina ed il mondo intero.
Ancora oggi, infatti, con i dovuti paragoni, é considerato uno dei migliori estremi difensori ‘albicelesti’ di tutti i tempi.
Lui, il ragazzo senza un braccio, quello che ai tempi in cui River e Boca erano a malapena un’accozzaglia di dilettanti allo sbaraglio senza arte nè parte, incantava l’Argentina con le sue parate e quell’incredibile voglia di dimostrare che il destino bastardo non avrebbe mai vinto, non avrebbe mai segnato neanche un gol all’unico portiere della storia che giocava senza un braccio.
Che giocava senza un arto, ma non senza coraggio.
Quello, per fortuna, non glielo avrebbe potuto portare via proprio mai nessuno.

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